Ogni cosa è illuminata: Bruno Munari di Enea Brigatti

Interessantissimo articolo di Enea Brigatti su Munari per Add editore.
E anche a noi ci siamo, vicini vicini a due nostri grandi amici: Milimbo Libros  e Antonella Capetti

Ogni cosa è illuminata: Bruno Munari

di Enea Brigatti

http://www.addeditore.it/blog/ogni-cosa-e-illuminata-bruno-munari/

Negli anni Sessanta, in Brianza, il pensiero di comprare una casa per passare le vacanze con la propria famiglia era piuttosto comune.
Si lavorava tra fratelli, nelle stesse botteghe, negli stessi mobilifici, nelle stesse esposizioni di mobili e tra fratelli si acquistava un immobile in una località marina, lacustre o di montagna, in base alle proprie preferenze.
Molto dipendeva dal caso: se il cliente acquistava i mobili per la casa delle vacanze in una zona di mare, allora si aprivano gli occhi e durante la consegna ci si informava su altre proprietà in vendita lì vicino; se invece si andava ad arredare uno chalet o una baita di montagna, la scelta alla fine sarebbe ricaduta su un appartamento immerso nelle valli.
Si creava una routine anche nella villeggiatura, una sorta di prolunga del percorso casa-mobilificio-chiesa: sempre la stessa spiaggia, lo stesso monte, lo stesso lago.
I mariti caricavano mogli e figli sull’automobile o sul treno, li portavano a destinazione e poi tornavano nei fine settimana, le maniche della camicia arrotolate e i mocassini che non andavano bene né per la spiaggia né per una passeggiata nel bosco.
La meta marittima più comune per il brianzolo medio era la riviera ligure, sia di ponente che di levante: sulle ali della speculazione edilizia si abitavano tozze palazzine costruite in fila una accanto all’altra, i balconi a ringhiera e i tetti piatti, in cui si stipavano per qualche settimana quei figli che avevano bisogno di un po’ di aria buona dopo mesi di fuliggine lombarda e medicinali che facevano annerire i denti.
La piccola-media borghesia brianzola si spostava così in blocco dal sagrato delle chiese, dagli oratori, dai cancelli delle fabbriche (la Montana e la Motta, principalmente) sul lungomare di questi paesini liguri, cercandosi con lo sguardo in mezzo a quelli che erano la propria controparte principale, ossia la media-piccola borghesia piemontese: due parti destinate a procedere parallelamente sperando di non ritrovarsi vicini di ombrellone o asciugamano.
Quando ho messo piede per la prima volta con coscienza nella casa al mare (Ceriale, per la precisione) che i genitori di mia madre avevano acquistato negli anni sessanta il tempo era andato avanti solo sul calendario.
Erano passati più di vent’anni da quando era stata comprata e arredata, ma si era mantenuta identica a quel periodo, come una piccola bolla spazio temporale ferma a cavallo fra i favolosi anni sessanta e i marroni anni settanta (come li chiama Jonathan Coe in La banda dei brocchi).
Era stata un’occasione: un cliente olandese l’aveva scelta e poi abbandonata per una villa più bella e più grande distante solo qualche centinaia di metri.
Così quando ha conosciuto quei quattro fratelli che lavoravano tutti insieme nella bottega a cui aveva commissionato i mobili per la sua nuova splendida villa, aveva fatto un tentativo: siete in quattro, ognuno di voi ha famiglia, non la volete una bella casa al mare immersa nella natura ma a pochi minuti dal mare?
Quei quattro fratelli, fra cui mio nonno, non avevano saputo resistere.
Basta appartamenti in affitto per qualche settimana a Zoagli, tinelli piccoli e letti uno sopra l’altro.
Una villetta a un prezzo di favore e tutto il futuro davanti, ognuno di loro con una famiglia in stato embrionale e in cantiere altri figli.
La presero e la sistemarono come mai avrebbero fatto con le proprie case a Lissone, rigorose, funzionali, di servizio: si erano permessi il lusso di un piccolo sogno e come tale lo avevano trattato.
Quindi: carta da parati optical, divani dalle fantasie floreali, mattonelle dai pattern psichedelici, un mini-bar per i liquori, le poltrone che sembravano delle piccole nuvole, un dondolo in ferro battuto sul balcone e sopra la televisione una lampada lunga lunga da cui usciva una luce fioca, ma che stava così bene in coordinato con il resto del mobilio.
Se al posto di quattro falegnami brianzoli ad abitare in quelle mura ci fosse stato Serge Gainsbourg, nessuno avrebbe avuto nulla da obiettare.

La casa poi è rimasta sempre così, lo è anche ora che è inagibile e invendibile.
In quella casa ho passato le prime diciassette estati della mia vita, e si sa che almeno fino ai diciotto anni la vita si compone dell’estate, gli altri mesi sono solo una lunga sala d’aspetto.
In quella capsula proveniente da un’altra epoca concentro il maggior numero di ricordi che ho: mi è entrata talmente sotto pelle che talvolta nei miei sogni ambiento tutta l’attività onirica fra le pareti di quella casa (l’altro scenario ricorrente è il supermercato, ma questa è tutta un’altra storia).
Lì la famiglia si allargava, lo spazio diventava di tutti e i cugini si trasformavano in fratelli e gli zii in co-genitori, smettevo i panni del figlio unico e iniziavo a capire in cosa consistessero i conflitti quotidiani; lì ho letto Il Giovane Holden per la prima volta, lì dal cellulare di mia madre ho mandato il primo sms della mia vita a una ragazza che mi piaceva, forte della distanza kilometrica dalla Brianza:
Lì ho imparato che odore ha il cielo quando è azzurro e il colore che prende la luce che passa attraverso le foglie, lì ho visto per la prima volta su Fuori Orario una puntata di Twin Peaks.
Quella lampada lunga lunga che faceva una luce fioca, che se volevi disegnare di sera, o attaccare le figurine, o leggere un libro dovevi accendere almeno altre due luci l’ho ritrovata anni dopo che avevo smesso di frequentare quella casa (a un certo punto le vacanze in famiglia perdono la propria attrattiva; tutto cambia) su un catalogo di una mostra sfogliato fra un prestito e l’altro al bancone della biblioteca.
Mi ero innamorato di Bruno Munari.
La lampada era la celebre Falkland, progettata da Munari per Danese nel 1964 e prodotta in collaborazione con una fabbrica di calze.
Era tutto più chiaro: di tutta quella casa l’immagine più vivida rimarrà sempre quella lampada che cala dal soffitto, si ferma a pochi centimetri dal televisore, riempie lo spazio anche quando è spenta, parla di un’epoca che è il passato ma potrebbe essere anche il futuro.
Questo perché come per ogni altro oggetto pensato da Munari, è fatto per restare, affascina perché semplice e complesso allo stesso tempo, è qualcosa di pratico ma non per questo trascurato nella forma.

Come dice d’altronde Marco Belpoliti «I designer italiani […] non producono oggetti, ma incrementano il flusso, lo evidenziano e lo punteggiano d’opere. Quello che fanno […] resta sempre in contatto con la conoscenza e la riconoscibilità. Ecco perché davanti a una lampada di Castiglioni, a una libreria di Mari o all’Abitacolo di Munari, si ha la sensazione di averli già visti; un’impressione di famigliarità, ovvero la riscoperta di quel flusso cui appartengono le chiese romaniche e i templi barocchi, l’affresco della chiesetta di campagna come il Tempio Malatestiano […]».
A Torino, verso la fine di gennaio, ho visto comparire le prime affiche che annunciavano l’imminente retrospettiva sul lavoro di Munari al Museo Ettore Fico, dal titolo Munari artista totale.
Il giorno dopo l’inaugurazione mi sono incamminato da Vanchiglia verso il Museo.
Quando sono uscito di casa ho pensato che gennaio ha senso solo perché finisce e poi spunta il sole e si può addirittura smettere di indossare i guanti.
Quasi arrivato al MEF, fermo a un semaforo in attesa di attraversare la strada, sul muro di fronte vedo un lavoro di 108 e penso che Munari forse sta anche lì dentro, in quelle forme squadrate che mi ricordano una versione aggiornata delle sue Sculture da viaggio.


Arrivato al Fico mi rendo conto di essere in anticipo rispetto all’appuntamento con il mio amico Nicolò, entro al supermercato di fronte al museo per fare un po’ di spesa.


Mentre osservo gli scaffali, cammino per i reparti e scelgo i prodotti mi rendo conto che invece lì, nella grande produzione industriale contemporanea Munari non esiste e non è mai esistito.
Forme, colori, materiali: nulla che catturi l’occhio e la mente, parlano solo lo stomaco o il portafoglio.
Unica eccezione il banco della frutta, ma su questo argomento Munari ha già detto tutto quello che si poteva dire a riguardo.



La mostra invece dice tutto quello che si può dire su Munari: accompagna il visitatore per il primo tratto di esposizione, con il giusto apparato di note biografiche e citazioni appropriate, e poi quando gli spazi espositivi si allargano invita lo spettatore a stabilire un rapporto con le opere, riportando solo le parole di Munari stesso, rinunciando alla spiegazione didascalica.




Insieme a me ci sono tantissimi bambini, e nessuno sembra annoiarsi, spazientirsi o arrabbiarsi: lasciano che i genitori spieghino loro le cose più astratte, chiedono, puntano il dito, si incantano davanti alle Macchine inutili e davanti alle polaroid e alle diapositive.




Finito il primo giro, la voglia è quella di ricominciare da capo.
L’impressione, come tutte le volte che ci avvicina al lavoro di Munari, è quella di un’artista o designer, che sia riuscito a eccellere in qualunque campo abbia operato: da qui la definizione di totale che dà il titolo alla mostra.
È difficile trovare un Munari minore e soprattutto è ancora più difficile non considerarlo un pioniere delle discipline che ha toccato con la sua opera.


Sulla strada del ritorno, con le luci della sera che si accendevano su Torino, dopo aver passato un pomeriggio con Munari la sensazione è quella di aver preso di nuovo possesso della propria vista, del proprio tatto, del proprio udito.
Si guarda, si sente, si tocca con uno spirito diverso: non si sottovaluta più nulla, è come se la mostra proseguisse poi fuori dagli spazi del museo e diventasse la vita quotidiana che ci scorre sotto i piedi tutti i giorni.
D’altra parte Ogni cosa è illuminata: lo ha detto qualcun altro ma sono sicuro che a Munari sarebbe piaciuta come espressione.

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Munari continua a vivere nel lavoro degli altri,  la sua eredità in diversi campi è stata raccolta da persone che hanno sviluppato una propria via alla creazione e che hanno personalizzato la sua lezione.
Sono persone che ho avuto la fortuna di incontrare negli anni e che ammiro: una sera gli ho inviato loro un messaggio per chiedere se avessero tempo e voglia di raccontare in poche righe cosa rappresentasse per loro Munari.

Juanjo Oller è il fondatore della casa editrice Milimbo, una delle realtà editoriali più celebrate e interessanti a livello internazionale nell’ambito delle pubblicazioni per l’infanzia.


«Munari ci ha fatto scoprire che ci sono molti modi di leggere, non solo attraverso la scrittura e le immagini: si possono leggere gli oggetti, avvicinandoci, sbirciando ognuno dei loro lati, toccandoli.
La lettura e il riconoscimento degli oggetti, la relazione tra gli oggetti come parte di un universo costituiscono, in definitiva, l’apprendimento.
Le informazioni che ci arrivano attraverso la nostra percezione si completano con la percezione degli altri, questo ci stupisce e fa sì che scopriamo il mondo da una prospettiva più ampia e completa.
Il suo avvicinamento costante all’infanzia e il suo modo di relazionarsi con il mondo attraverso il gioco simbolico, l’intuizione, la curiosità e la sperimentazione sono ingredienti necessari per l’apprendimento creativo.
Una cosa che ho letto di Joaquín Torres García che però è totalmente applicabile a Munari, e che noi come Milimbo cerchiamo di mettere in pratica, è che a partire da un’unità si può dedurre una regola, o un insieme di regole, e con queste si costituisce un “ordine” con il quale si crea tutto l’universo. Questa è la base della creazione.
Per noi quindi Munari è un maestro, un vero stimolo creativo».

Tommaso Falzone e Valentina Pellizzoni lavorano a Cantù, una città dove Munari ha da sempre un seguito di fedeli ammiratori: gestiscono Spazio Libri La Cornice, una libreria che è anche un laboratorio di falegnameria specializzato in cornici:


«Per parlare del nostro rapporto con Bruno Munari, noi dovremmo partire dal nostro contenitore.
Noi non siamo una semplice libreria, siamo un laboratorio artigianale. Non vendiamo solo libri, vendiamo anche cornici. Anzi, le cornici le facciamo. Anzi, alcuni libri li produciamo anche.
Ma noi non vendiamo solo libri e non facciamo solo cornici, vendiamo anche piccoli oggetti d’arte. E giochi.
Nella mancata identificazione precisa, nell’uscita dagli schemi classici, nella contaminazione continua di questi quattro oggetti – libri, cornici, oggetti d’arte, giochi – c’è già molto del metodo di Munari, che ha fatto dello sguardo libero e originale il proprio tassello di partenza (lui che è riuscito a far parlare una forchetta!).
Noi, un po’ per mestiere – ma voi lo sapevate che le persone incorniciano di tutto? Ma di tutto di tutto! – un po’ per vocazione, abbiamo cominciato a mettere confini di legno e vetro alle cose, rendendoci conto che a volte sono le cose stesse che chiedono dei confini per esprimersi al meglio.
Ma non tutto va appeso, allora realizziamo una cornice che si possa appoggiare anche, nuda nella sua quadrilateralità, senza orpelli, senza stampelle.
Oppure gli oggetti richiedono fili e allora la cornice si buca, senza pensare alla lesa maestà.
Munari diceva che bisogna unire il segreto del mestiere al pensiero irrazionale, non farsi spaventare né dall’uno né dall’altro, ma farli convivere nella creazione di un oggetto di uso comune.
Quale oggetto più comune di una cornice allora? Guardatevi attorno, il mondo ne è pieno.
E se è un libro che a un certo punto ci chiede un contenimento, noi non ci facciamo pregiudizi, e il contenimento glielo diamo in forma di cornice.
L’unica variabile che gli concediamo è la possibilità della fuga, la cornice se vuole si apre e lui può tornare a vagare nel mondo.»

Antonella Capetti invece lavora come insegnante alle scuola primaria: negli anni ha introdotto in classe il linguaggio degli albi illustrati per insegnare a leggere e scrivere ai suoi alunni (qui il suo blog ApeDario, che raccoglie i risultati di questo lavoro).


Nel 2016 ha pubblicato con Topipittori Che bello! un albo per il quale ha scritto i testi, illustrati da Melissa Castrillonda.
«C’è un po’ di Munari anche nella nostra scuola, e nel nostro fare scuola.
C’è nelle immagini in bianco e nero di ciccì coccò, con allitterazioni e assonanze a trasmetterci il primo amore per la poesia.
C’è nell’Alfabetiere, letto, riletto e addirittura rifatto dai bambini, dove ogni lettera è costruita da tante lettere più minute, e ha una e mille storie da raccontare.
C’è nei Cappuccetto Verde, Blu e Bianco, che, ancora una volta, come il loro autore, cambiano le carte in tavola e raccontano tutta un’altra storia.
Ma, soprattutto, c’è in questa bella frase di Munari, tratta da Azione non violenta, novembre 1998:
“[…] Se non cambiamo la mentalità dei bambini, se non gli insegniamo che essere furbi è una scelta arida, non riusciremo ad aprire una via verso la civiltà. […]”
Forse, se mi chiedessero una sola cosa che vorrei i miei bambini imparassero a scuola, potrei rispondere: questa».

Immagine di copertina: Bruno Munari, Design as art, 1989, Penguin.

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