LA CANZONE DI ORFEO di David Almond, Salani – Recensione di Valentina Pellizzoni

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Ho incontrato nei primi anni del liceo la storia di Orfeo, che andava a riprendersi Euridice negli Inferi, con la lira tra le mani. Ma mi ha impregnato la sua triste storia, intorno ai diciassette anni, quando sempre col liceo, l’ho recitato. Io e il mio gruppo abbiamo cantato lo straziante “Euridice è morta”. Ci siamo incarnati in lui, il poeta disperato, e in lei, la donna condannata.

Quando ho letto il titolo, non ho potuto far altro che buttarmi su questo libro, che guarda caso fa incontrare Orpheus ad un gruppo di diciassettenni. Non esiste il caso, ed esattamente i diciassette anni sono quelli di quei grandi amori, dell’Amore si può osare scrivere.

La canzone di Orfeo è la brutta trasformazione del titolo originale dell’opera di Almond: A Song for Ella Grey. Brutta per due motivi: il primo è che ‘song’ in inglese significa allo stesso tempo ‘canzone’, ‘suono’, ‘canto’ e soprattutto ‘poesia’. E song declina perfettamente, in un solo nome, tutto ciò che è Orpheus da secoli. Il secondo motivo è la bellezza dei nomi propri. Leggendo pensavo, ma che difficile deve essere stato trovare un nome ad Euridice: nei primi capitoli, dove subito si intuisce che lei è Ella, questo nome appare e scompare con indifferenza, prendendo pian piano peso nel trascorrere della narrazione. Nel momento in cui i due giovani decidono di sposarsi, Ella diventa Ella Grey. Ella Grey. Un nome perfetto, Euridice. Ella Grey, il nome giusto da cantare dell’inferno.

Il libro riporta a oggi questo mito fondante del potere dell’arte e dell’intreccio inestricabile tra amore e morte. Dalla figura di Orfeo nacque un vero e proprio culto, l’orfismo appunto, che permeò per secoli il pensiero occidentale, e che fu il pensiero che per primo teorizzò una natura divina nell’uomo. In Orfeo, il potere di parlare con gli animali, di cantare inni tali da far commuovere addirittura Ade e Persefone, incarna proprio questo aspetto divino.

L’Orpheus di Almond non poteva che comparire tra diciassettenni innamorati, scontenti, pronti ad innamorarsi, innamorati della vita, giocatori d’azzardo con la morte, così presente in questo libro da avere l’onore dell’incipit:

Io sono la sopravvissuta. Quella che racconta la storia. Li conoscevo entrambi, so come hanno vissuto e come sono morti. Non è passato molto tempo da allora. Sono giovane, come loro

La voce narrante è di Claire, amica di Ella, suo malgrado tramite tra i due innamorati. Claire ama Ella, ma di che amore? Com’è, che sostanza ha quella relazione? E quale quella tra Orpheus ed Ella? E’ tutto un libro che sta sul filo nell’amore/morte, gioia/disperazione, estasi/perdizione:Almond orficamente gioca sull’abisso. E su quell’abisso ci si può perdere:

“E’ come se io non ci fossi più, ma è come se ogni cosa fosse dentro di me. Non so spiegarlo (…) E’ come se fossi questa margherita ed è come se la cosa che c’è nella margherita fosse uguale a quella che è in me. Quella che la spinge su dalla terra e spinge i petali in fuori e fa scintillare il polline. Quella che tira fuori il canto da quegli uccellini e fa loro spiegare le ali e fa nuotare il salmone e… oh, Claire, come diamine faccio a saperlo?”

E l’abisso arriva. Lo sappiamo. Lo sappiamo perché conosciamo la storia di Orfeo, lo sappiamo perché Almond ce l’ha detto nelle prime due righe. Quindi racconta Claire del viaggio di Orpheus negli Inferi e per farlo usa cartone, colla e colori e costruisce una maschera, quelle usate nel teatro greco, nodo antico dei nostri nodi, palcoscenico dell’occidente, dove tutto è già stato narrato. E come si studia all’università, nel momento in cui si indossava la maschera per recitare, la verità nasceva. Come da bambini, quando maschere non occorrono e il racconto è un sussulto tra le nostre labbra per uditori invisibili e sconosciuti. E così Claire diventa Orpheus e le pagine mutano:

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Claire si fa narrazione. E lei so sa. Le parole di Orpheus e ciò che ha sentito l’hanno resa viva. Parte, infine Claire. Salpa, potremmo dire.

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