L’evento di Annie Ernaux – recensione di Valentina Pellizzoni

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(Può darsi che un racconto come questo provochi irritazione, o repulsione, che sia tacciato di cattivo gusto. Aver vissuto una cosa, qualsiasi cosa, conferisce il diritto inalienabile di scriverla. Non ci sono verità inferiori. E se non andassi fino in fondo nel riferire questa esperienza contribuirei a oscurare la realtà delle donne, schierandosi dalla parte delle dominazione maschile del mondo.)

Sono decine gli appunti mentali che mi sono segnata durante la lettura de L’evento di Annie Ernaux, edito da L’Orma. È un libro che in Francia uscì nel 2000 e pubblicato solo ora in Italia, quasi vent’anni dopo.

L’evento di cui si narra è un aborto che la Ernaux ricostruisce dalla sua memoria: nell’ottobre del 1963, una brillante studentessa di lettere a pochi passi dalla tesi, rimane incinta e non vuole tenere il bambino. Il centinaio di pagine descrive tutto il percorso fatto dalla ragazza fino all’indimenticabile data del 20 gennaio (può la data di un libro imprimersi così tanto anche nella memoria del lettore?).

Il romanzo breve in prima persona avvicina, mentre la scrittura tagliente e netta e riva di sentimentalismi dell’Ernaux, allontana. Ad aumentare questo senso di distanza ci sono le parole dell’autrice che alternandosi alla narrazione dell’evento, riflette sul percorso che scrittura e memoria hanno su di lei:

“Voglio tornare a immergermi in quel periodo della mia vita, sapere ciò che è stato trovato lì dentro. Questa esplorazione si inscriverà nella trama di un racconto, l’unica forma in grado di rendere un evento che è stato solo tempo all’interno e al di fuori di me.”

Questi momenti di metaletteratura sono spesso messi tra parentesi dall’autrice, come la citazione iniziale posta all’inizio di questo scritto, quasi volessero essere un bisbiglio nel racconto, mentre ne sono la parte fondamentale, ciò che rende il libro un testo imprescindibile. Lotta la Ernaux con se stessa, ogni parola è scelta, ogni frase pensata, è un work in progress che né lettore né autrice sanno dove porterà.

Il racconto della ragazza procede e molti piani emergono e interrogano: dalla perdita di capacità intellettive dovute alla mancanza di concentrazione (“(…) quell’assoluta incapacità di scrivere la tesi mi spaventava più della mia necessità di abortire. (…) Avevo smesso di essere ‘intellettuale’. Non so se questo sentimento sia diffuso. Provoca una sofferenza indicibile.”), panico reale che prende spesso il sopravvento durante la maternità e quasi tabù enunciarlo, fino all’ardito paragone tra gli scafisti e le mammane (“Gli scafisti esigono somme esorbitanti e talvolta scompaiono durante la traversata. Ma niente ferma i kosovari, né tutti gli altri migranti dei Paesi poveri: è la loro unica strada verso la salvezza. Si perseguitano gli scafisti, si deplora la loro esistenza come trent’anni da quella delle mammane. Non si mettono in discussione né le leggi né l’ordine mondiale che ne determinano l’esistenza.”).

In tutto ciò l’evento prende sempre più forma, ci si avvicina lentamente, inesorabilmente scelto, senza via di scampo. Inciampa in dettagli di poco conto: nella carta da parati della stanza in cui avviene, nella spazzola, nella risposta secca di un farmacista. Eppure di tutto, di tutto il dolore e lo strazio e pure l’orrore di cui narra il libro, la parte più tagliente e così profondamente devastante, perché così universalmente vicina ai vissuti femminili di generazioni e generazioni, è stato il passaggio in cui la ragazza impaurita chiede al giovane chirurgo cosa stava per fargli e lui grida: “Non sono mica l’idraulico!”. E così, tra parentesi Ernaux scrive:

“(《Non sono mica l’idraulico!》Queste parole, come tutte le altre che costellano questo evento, banalissime, pronunciate da persone che le dicevano senza riflettere, continuano a deflagrarmi dentro. Né la ripetizione, né un’interpretazione sociopolitica possono attenuarne la violenza, una violenza che non mi aspettavo. In un lampo, ho l’impressione di vedere l’immagine di un uomo vestito di bianco con i guanti in lattice che mi tempesta di pugni urlando “Non sono mica l’idraulico!”. E quella frase, (…) continua a gerarchizzare in mondo dentro di me, a separare, come colpi di manganello, i medici dagli operai e dalle donne che abortiscono, i dominanti dai dominati.)”

Tutte noi abbiamo avuto un uomo, almeno una volta nella vita e sperando in circostanze molto meno gravi e disperate di quelle narrate nel libro, che ci ha urlato “Non sono mica l’idraulico!”. La violenza e la banalità delle parole, scrive Ernaux, a volte rimangono più dell’evento in se stesso o quanto meno sono dolorose tanto quanto.

Quanto dolore. Eppure nel finale l’autrice trova un senso a ciò che le è successo. Lo scrive così, stringato in due righe che vi lascio trovare. Tutto ritorna alla normalità, lentamente, ma lì ritorna. E come si capisce quando si ritorna su questo mondo?

“Non so quando sono tornata nel cosiddetto mondo normale, formulazione vaga ma di cui tutti comprendono il senso, cioè quello in cui la vista di un lavandino scintillante, della testa dei passeggeri su un treno non è più né un interrogativo né un dolore.”

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