Spazio Libri La Cornice LETTI DI NOTTE

Anche quest’anno Spazio Libri La Cornice partecipa a
Letti di Notte
venerdì 21 giugno
all’interno della rassegna marcos y marcos

Quest’anno il tema è LIBERTÀ
Come l’anno scorso, faremo un Alfabetiere libero:
chi vuole può partecipare, basta scegliere un brano a tema libertà tra le antiche o recenti letture, abbinargli una lettera dell’alfabeto e venire qui venerdì 21 giugno a leggere,

Chi vuole partecipare, può scriverci via mail il titolo del libro e la lettera abbinata.
spaziolibrilacornice@gmail.com

Tutti generi letterari accolti con felicità: romanzi, saggi, poesie, letteratura d’infanzia…
#lettidinotte #marcosymarcos

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Gruppo di lettura ore 20,30 questa sera

Questa sera ore 20,30
GRUPPO DI LETTURA SERALE
“Morire è un mestiere difficile” di Khaled Khalifa
Bompiani
Ingresso libero

165

GRUPPO DI LETTURA POMERIDIANO
PROSSIMO INCONTRO LUNEDI’ 17 GIUGNO 2019
ORE 17
con “Tradurre la parola amore” di Lynne Kutsukake
Nuova Editrice Berti
Ingresso libero

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Fuori da noi presentazione con l’autrice Giovanna Zoboli

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Giovanna Zoboli
sarà da noi
venerdì 24 maggio – ore 20,30
per la presentazione del suo libro
Fuori da noi (cose, piante, città)
Nuova Editrice Berti
Conduce l’incontro Valentina Pellizzoni.

Nati come bollettini di viaggio, notizie da nessun luogo che compongono itinerari nella memoria, vicino e lontano nel tempo, questi racconti sono un libero intreccio dove le esperienze personali si mescolano alle riflessioni, guizzando continuamente dentro e fuori dai libri. La voce di Giovanna Zoboli ci accompagna attraverso le meraviglie e le passioni della sua vita: dai fantasiosi giochi infantili alle lezioni di astronomia improvvisate nelle notti estive, dalle letture botaniche dell’età adulta alla tappezzeria di una Camera Cinese sul Garda, dove tutti vorremmo esserci addormentati almeno una volta nella vita, seguendo con lo sguardo le industriose figurine tra “alberi dalle fogge singolari e montagne in miniatura, entrambi sorti dalla terra con la precisa intenzione di farsi dipingere su una tappezzeria”. Il talento nel descrivere il mondo con parole esatte diventa gioco così quotidiano da potersi replicare nella catalogazione sommaria di “cose, piante, città” e, come nella lettura, anche in questo gioco ci si sente altrove, fuori da noi, immersi nel “flusso misterioso, impenetrabile della realtà esterna”.

La Nuova Editrice Berti ha sede a Parma e radici emiliane. Casa editrice indipendente, pubblica prevalentemente narrativa straniera, sempre nella massima cura del dettaglio grafico e tipografico. Grande attenzione è dedicata ai classici, con un meticoloso lavoro di ricerca e traduzione, mentre la collana di narrativa contemporanea dà voce a realtà geograficamente lontane o a pagine dimenticate della storia recente. Sempre aperti a nuove collaborazioni, forniamo servizi editoriali dalla progettazione alla stampa, dai contenuti alle traduzioni, per non lasciare niente al caso e dare la forma giusta alle proprie idee.

“A guerra finita” presentazione con l’autore Gian Pietro Testori

Gian Pietro Testori ci racconta il suo ultimo romanzo, una storia nella Brianza di fine anni 40.
Conduce l’incontro Valentina Pellizzoni.
La chitarra di Pier Galletti accompagnerà le letture.
Ingesso libero.

Brianza, fine anni ’40: in un cortile popolare come tanti, a poco tempo dalla fine della guerra, si incrocia un’umanità varia, specchio di un paese intero che ancora si lecca le ferite.
Dalle ringhiere di quei palazzi si affacciano un po’ tutti: una vedova troppo giovane, due fratelli profughi, vicini in lotta perenne e comari curiose.
Tutti a modo loro devono fare i conti col passato per ricostruire il presente. Tra un salto all’osteria e una biciclettata in paese, ognuno farà la propria strada.

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Carla Ghisalberti legge per noi QUEI DANNATI SETTE CAPRETTI di Sebastian Meschenmoser – Orecchio Acerbo Editore.

Carla legge per noi QUEI DANNATI SETTE CAPRETTI di Sebastian Meschenmoser – Orecchio Acerbo Editore.

Allo Spazio Libri La Cornice Viale Ospedale 8 Cantù (Co)

L’abito non fa il ‘lupo’. Scarpe rosse con i tacchi, tubino viola, rossetto in tinta, borsetta e cappellino con corna posticce. La sua ferocia è mascherata a dovere, e la sua cena di capretto è a un passo. Dietro l’uscio della graziosa casetta nel bosco però si cela una sorpresa agghiacciante: tutto è sottosopra e niente è pulito. In quel caos è impossibile scovare i capretti. E così il lupo pensa che una bella rassettata sia doverosa per agevolare la battuta di caccia, ma non sarà così facile… L’esilarante storia di un lupo “domestico” attraverso la travolgente comicità di Sebastian Meschenmoser.

 

Presentazione dei libri Multifilter e Ventanni di sessantotto

PRESENTAZIONE DUE VOLUMI CON CD ALLEGATI:

MULTIFILTER. Mito e memoria del padre nella canzone

di Sergio Secondiano Sacchi

VENT’ANNI DI SESSANTOTTO. Gli avvenimenti e le canzoni che raccontano un’epoca

di Sergio Secondiano Sacchi, Sergio Staino e Steven Forti

Sabato 11 Maggio, h. 17

Associazione Spazio Libri La Cornice, Viale Ospedale 8, Cantù (CO)

con gli autori, Antonio Silva e Andrea Parodi 

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‘Certe’ canzoni, oltre a veicolare sentimenti ed emozioni collettive, sono anche un mezzo straordinario e potente per raccontare le trasformazioni che investono la società di ieri e di oggi. Con due iniziative editoriali, che la Squilibri editore ha promosso in collaborazione con il Club Tenco e Cose di Amilcare, la costola catalana della più prestigiosa rassegna europea sulla canzone d’autore, si è voluto proprio raccontare questi cambiamenti sia quando riguardano relazioni così prossime all’esperienza quotidiana di ognuno, come quella tra padri e figli, sia quando riguardano un’epoca storica e una temperie culturale libertaria, come il ’68.

Nascono così due volumi, il primo è Multifilter. Mito e memoria del padre nella canzone, con due CD allegati a cura di Sergio Secondiano Sacchi. Trentasei canzoni, molte delle quali inedite, di alcuni dei più originali esponenti della scena musicale, da Mauro Ermanno Giovanardi David Riondino, da Mimmo Locasciulli a Sergio Cammariere, dai Têtes de Bois a Peppe Voltarelli, animano così, nei due CD, un affresco sonoro sulla figura del padre, tra memoria personale, racconto generazionale e trasfigurazione mitica, seminando spunti di riflessione raccolti nel volume da altri autori ed artisti, da Francesco Guccini a Gianni Mura, da Paolo Virzì Carlo Petrini. “Una circonvallazione cantata e ragionata intorno alla figura del padre”, per dirla con le parole di Sergio Secondiano Sacchi, che non investe quindi solo una sfera privata, emozionale e biografica ma mira anche a definire i riferimenti culturali che le diverse rappresentazioni paterne inevitabilmente implicano.

Il secondo volume è Vent’anni di Sessantotto. Gli avvenimenti e le canzoni che raccontano un’epoca dove, attorno alle 45 canzoni raccolte nei due CD allegati al volume, si leva una fascinosa rappresentazione –per parole e immagini- di quel ramificato pensiero di libertà conosciuto come Sessantotto, seguendone anticipazioni e riprese, dalle contestazioni studentesche di Berkeley alla caduta del muro di Berlino. Non “le canzoni e le musiche dell’anno 1968”, ma una raccolta di brani che raccontano le vicissitudini del Sessantotto al di là della loro data di pubblicazione, affidate alla viva voce di interpreti di eccezione tra i quali Claudio BisioCristiano De AndréPetra MagoniAlessandro D’AlessandroPaolo PietrangeliAlessio LegaMax Manfredi, e molti altri artisti della scena europea. Il lavoro vuole animare un grandioso affresco su un’epoca di contestazione e rivolta con l’intrigante e mai banale ricostruzione di Sergio Secondiano Sacchi, il puntuale controcanto dei disegni e dei fumetti di Sergio Staino, la vivace analisi storica di Steven Forti.

I due volumi saranno presentati Sabato 11 maggio, alle 17 presso gli spazi dell’associazione Spazio Libri La CorniceViale Ospedale 8, Cantù (CO). Intervengono Antonio Silva e Andrea Parodi, alla presenza degli autori: Sergio Secondiano Sacchi, Sergio Staino, Steven Forti. Evento promosso da Associazione Spazio Libri La Cornice in collaborazione con il Club Tenco, Pomodori Music, Atena Informatica e con il patrocinio dell’Assessorato alla Cultura del comune di Cantù.

Architetto con la passione per la musica, Sergio Secondiano Sacchi ha scritto libri sulla canzone d’autore e curato dischi collettivi, presentando in Italia autori come Vladimir Vysotskij, Pablo Milanés, Lluís Llach, Pi de La Serra e Joaquín Sabina.

Disegnatore, scrittore, regista, operatore culturale e vignettista “storico” de l’Unità, di cui è stato anche direttore, Sergio Staino collabora tuttora con alcuni dei più importanti quotidiani e periodici italiani

Professore di Storia Contemporanea presso l’Università Autonoma di Barcellona e ricercatore presso l’Università Nova di Lisbona,Steven Forti collabora con molte riviste tra Italia, Spagna e Grecia. 

Ingresso libero

 www.squilibri.it

MILLENOVECENTOTTANTANOVE

Il 9 novembre del 1989, la sera, mio papà chiama tutti a gran voce. Ogni suo figlio è rinchiuso nella sua camera, io ho 14 anni nuovi nuovi e i miei fratelli 20 e 24.

Ricordo le sue parole benissimo: “Oggi è un giorno che fa la Storia”; era entusiasta, direi commosso se fosse stato permesso ad un omone così grande esserlo.

Io capivo e non capivo, vedevo la gente oltrepassare il muro di Berlino, abbracciarsi e piangere.

Il mio primo anno di liceo e guarda, poteva esserci un miglior inizio? Tutto si stendeva davanti ai miei occhi nuovo, possibile, ancora tutto così plasmabile. E il mio nuovo prof di italiano che mi prende in giro a inizio scuola che mi dice hai solo 13 anni? Lui ne ha 27 anni e mi dice non scrivi male sai, devi solo smussarti un po’. Io scrivere? Sta parlando proprio con me?

E poi matematica, che in fondo mi pare di capire.

Addirittura il mio primo anno è anche il primo anno del preside Silva, si dice abbia qualcosa a che fare con un premio famoso, il premio Tenco. Tenco? Chi è Tenco?

E io che non avevo osato il classico perché alle medie, insomma, non è che fossi tra le più brave. Può fare di più.

Allora avevo deciso per il liceo che mi avrebbe potuto dare tempo. Solo quello desideravo, tempo per capire cosa volevo e anche un po’ chi ero.

Il primo dicembre del 1989 esco di casa con la sacca di educazione fisica che mi balla tra le mani. E’ una bella giornata di dicembre, fredda ma limpida.

La mattinata non prospetta novità, niente interrogazioni, solo spiegazioni ed esercizi.

All’ultima ora andiamo in palestra.

Mi piaceva molto l’ora di educazione fisica anche se non capivo perché non potessimo passarla con i nostri compagni maschi, che invece erano relegati oltre l’enorme tendone che divideva in due la palestra prefabbricata.

La scuola era nuovissima, il trasferimento degli alunni era avvenuto nel 1985, 4 anni prima. Tutti gli studenti delle superiori canturine ci invidiavano: avevamo tapparelle funzionanti, banchi nuovi e alti, sedie non rotte, lavagne perfette, una palestra super attrezzata.

Ricordo di quella mattina il riscaldamento di noi ragazze. Avevamo due insegnanti, non ricordo perché: una referente per la nostra classe e un’altra per le ragazze dell’altra classe.

Era la giornata del basket, ricordo che ne avessimo già parlato con la prof, solo che lei, inaspettatamente, cambia idea e ci dice di andare alla spalliera.

 

No, la spalliera no, cavoli dovevamo giocare. Ubbidienti, ci accostiamo, piedi a terra e mani sui primi pioli. Poi la prof dice no, facciamo cambio voi della E andate a fare due tiri a basket e le altre ragazze alla spalliera.

Felici noi schizziamo via il più velocemente possibile e prendiamo i palloni da basket. Ricordo di essermi fermata davanti al canestro, palla in mano, volevo vedere cosa facessero alla spalliera, che tanto dopo sarebbe toccato a noi. Le ragazze salgono sui primi pioli, è un semplice esercizio di flessione delle braccia, ma all’improvviso e nella mia testa, nel mio ricordo, vedo le ragazze in sincrono nella perfezione di quell’esercizio e lentamente vedo – chissà perché lentamente – la parete a cui sono agganciate le spalliere, staccarsi dal muro portante. Le vedo cadere aggrappate alla spalliera con la schiena rivolta al pavimento. Un boato enorme. Poi una nuvola di polvere e detriti. E il silenzio.

Sarà durato un secondo quel silenzio e quell’immobilità assoluta. Ma per me il tempo si è fermato, ha arrestato il suo moto la sfera terrestre, il sole non si è alzato nel cielo per quel quei pochi secondi di tempo. L’immagine ha aderito in ogni mia parte, in ogni capillare, sotto pelle e tra i capelli. Poi un urlo, poi un altro, io ho urlato? Non so, mi sentivo muta, mi ricordo muta. E là tra le macerie solo silenzio e immobilità.

Le palle da basket abbandonate e che rotolavano, questo ricordo. I ragazzi e il professore che si affacciano dalla tenda, anche ricordo. E voci imperiose che ci dicono via di qui via di qui. E anche andate a chiamare aiuto e io mi ricordo di essere partita a correre a chiedere aiuto e li sì piangevo, certo. E poi tutto si confonde, ricordo il preside Silva, i professori che anche loro correvano con facce impaurite verso la palestra che già sapevano e urlavano sono morte tutte, sono tutte morte e io dicevo no, no, non sono morte tutte, chissà a consolare già loro e me. Poi il rientro e voler andare a togliere i mattoni dai corpi delle nostre compagne, ma no via via, uscite di qui. E allora rinchiuse dentro lo spogliatoio queste quattordicenni salvate da un pensiero repentino della professoressa, tutte piangenti. E mi ricordo che si aggrappavano a me singhiozzando le mie compagne, chissà poi perché, forse perché più alta, forse perché ero corsa a chiamare, io non lo so, so che dicevo staranno bene.

Le sirene delle ambulanze avevano scansato le urla, ora c’era lì gente che sapeva cosa fare. Il rumore di un elicottero ci rendeva inquiete, sapevamo tutte che gli elicotteri arrivano in situazioni di estrema gravità.

Dopo io ho un vuoto, non ricordo come ho fatto ad arrivare a casa, probabilmente come spesso accadeva, mio fratello era venuto a prendermi.

Ricordo che al contrario del solito la mia casa era vuota. Solo l’acqua bolliva solitaria sul gas, schizzando fuori sul fornello pulito. Sento un auto arrivare, vado verso la porta d’ingresso, è mio papà che appena mi vede scoppia a piangere. E anch’io piango. Mi spinge dolcemente sul divano, mi dice sdraiati e io mi sdraio singhiozzando, vuole coprirmi ma non trova una coperta. Allora comincia a staccare i cuscini dello schienale del divano e a mettermeli sopra, quasi a volermi nascondere, quasi a dire ehi mondo Valentina non è qua, non me la prendete sapete?

Tra i singhiozzi racconta che non sa perché ma si ricordava che avevo ginnastica e come la voce ha cominciato a circolare a Cantù della palestra del Fermi crollata, lui è impazzito, mi dice, sono impazzito. Era andato al liceo e gli avevano detto che sì le classi erano due tra cui la mia ma non sapevano nulla. Allora era andato in ospedale ma anche lì nessuno lo aiutava, allora ha superato lo sbarramento e ha cominciato a setacciare il pronto soccorso. E piangendo diceva ho visto tutte quelle ragazzine ma tu non c’eri. E così era tornato a casa.

Cosa è avvenuto nei giorni successivi io non ricordo.

Era crollato un muro, delle ragazze della mia età erano gravi, tutte avevano rotto il bacino.

Potevamo essere noi, e invece erano loro.

La realtà ci aveva sopraffatto: può cadere un muro e liberarti, può cadere un muro e sotterrarti. La classe I E era stata risparmiata dallo strazio, avevamo solo un sottile senso di colpa che strisciava dentro di noi, avevamo perso in modo definitivo e irrecuperabile ogni rimasuglio di infanzia: in confronto alle nostre compagne dell’altra classe, ci era andata bene.

La scuola era il posto sicuro, e ora non lo era più. Nessun posto lo sarebbe mai più stato: alla fine dei gloriosi anni ottanta una parete di una palestra nuova, nella ricca Brianza, era crollata su nove ragazze di 14 anni, ferendone in modo estremamente grave due di loro.

Ora a distanza di 30 anni, quello che ci è successo giace ancora dentro di noi. Nei 5 anni successivi, chiedemmo ma con riserbo, ci informammo ma sempre lateralmente, perché eravamo le salvate.

Eravamo anche troppo piccole per affrontare da sole un passaggio così difficile, e nessuno aveva voglia di ritirare fuori quella storia, così triste.

Per anni e anni ho pensato a loro, alle nove ragazze. Ogni volta che vedo una spalliera, ogni volta che entro in palestra guardo i contorni e ricordo quel fotogramma silente inciso nei miei occhi, con la polvere che sale.

Sarebbe bello oggi, a distanza di trent’anni poter guardare quelle ragazze, averle vicine e dire loro che il nostro dolore non aveva parole allora, che ci dispiace la sorte abbia le abbia tragicamente scelte, e che il senso di colpa di essere illese è stato nostro compagno sottile e insidioso per anni. Solo loro ce lo possono togliere dalle spalle, solo vederle cresciute ci può rasserenare.

E chissà se anche per loro non possa essere una liberazione condividere la paura e il dolore, lasciarli andare, liberarli insieme una volta per sempre.

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