COLOREINFERNO di Ariel Macchi e Cecilia Valagussa 

Sabato 8 dicembre dalle ore 18 con Cecilia Valagussa e Ariel Macchi ci sarà Giampaolo Mascheroni in veste di presentatore.

COLOREINFERNO Artisti spezzati dalla Grande Guerra. 1914 – 1918. di Ariel Macchi, disegni di Cecilia Valagussa

IFIX EDIZIONI 2018)
postfazione di Dionigi Mattia Gagliardi
collana B-Comics a cura di Maurizio Ceccato

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“Dolce è la guerra se non la conosci”
Erasmo da Rotterdam

Teiere cingolate. Architetture di fango. Cavalli parlanti senza motore. Dipinti a olio e filo spinato. Cantine di perduto senno.
Maiali con le maschere antigas. Trincee alate. Sonni di poeti col fucile spianato. Plotoni di esecuzione zoologica. Canti verminosi in divisa grigioverde. Corpi sensuali su nitrato d’argento. Una Babele capovolta. Nove giorni dell’Inferno a colori.

Nove storie dove Cecilia Valagussa e Ariel Macchi hanno fantasticato con la rappresentazione della guerra e le vicende di nove artisti che, per cause e ragioni diverse, hanno affrontato la Prima Guerra Mondiale, perdendo la vita. Spogliata del proprio segno Valagussa indaga, in una ricerca sfrenata, al servizio di ognuno degli artisti rappresentati, come se esse stessi ne ricamassero le sfortune e allegoriche vicende.

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COLOREINFERNO presentazione con Cecilia Valagussa e Ariel Macchi – IFIX Edizioni

Cominciate a leccarvi i baffetti 😋😋😋
SABATO 8 DICEMBRE ore 18

COLOREINFERNO
presentazione con Cecilia Valagussa e Ariel Macchi
mostra delle tavole originali
Spazio Libri La Cornice
viale Ospedale 8
Cantù (Co)
tel. 031 700571
spaziolibrilacornice@gmail.com

Nessun testo alternativo automatico disponibile.

Nove storie dove Cecilia Valagussa e Ariel Macchi hanno fantasticato con la figurazione della guerra e con le vicende dei nove artisti che hanno affrontato la Prima Guerra Mondiale con il linguaggio del fumetto, usato come chiavistello per temperare l’argomento della Guerra e della Morte ed entrare nel mondo delle fantasticazioni apparentemente innocue. Cecilia Valagussa indaga, spoglia del proprio segno, in una ricerca sfrenata di tecniche pittoriche, al servizio di ognuno degli artisti rappresentati, come se essi stessi si fossero reincarnati e ne stessero ricamando le sfortunate e allegoriche vicende.
Dai cavalli parlanti in Boccioni, alla Luna di Ariosto in Renato Serra passando per le allucinazioni da Paese delle meraviglie in Saki o le visioni saettanti e aeree in ultracolor di Sant’Elia, gli autori mettono in scena, come in un Doppelgänger, una storia assimilata al vero e una al fantastico dove scorrono segni che corrispondono al nostro immaginario del Novecento e suggestioni che scavano in un passato antico, spremuto in una serie di visioni non estranee al grottesco, come solo la rappresentazione della fine può esserlo.
– Maurizio Ceccato

Cecilia Valagussa & Ariel Macchi – ColoreInferno. Artisti spezzati dalla Grande Guerra 1914-1918
IFIX Edizioni, Roma 2018

LA CANZONE DI ORFEO di David Almond, Salani – Recensione di Valentina Pellizzoni

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Ho incontrato nei primi anni del liceo la storia di Orfeo, che andava a riprendersi Euridice negli Inferi, con la lira tra le mani. Ma mi ha impregnato la sua triste storia, intorno ai diciassette anni, quando sempre col liceo, l’ho recitato. Io e il mio gruppo abbiamo cantato lo straziante “Euridice è morta”. Ci siamo incarnati in lui, il poeta disperato, e in lei, la donna condannata.

Quando ho letto il titolo, non ho potuto far altro che buttarmi su questo libro, che guarda caso fa incontrare Orpheus ad un gruppo di diciassettenni. Non esiste il caso, ed esattamente i diciassette anni sono quelli di quei grandi amori, dell’Amore si può osare scrivere.

La canzone di Orfeo è la brutta trasformazione del titolo originale dell’opera di Almond: A Song for Ella Grey. Brutta per due motivi: il primo è che ‘song’ in inglese significa allo stesso tempo ‘canzone’, ‘suono’, ‘canto’ e soprattutto ‘poesia’. E song declina perfettamente, in un solo nome, tutto ciò che è Orpheus da secoli. Il secondo motivo è la bellezza dei nomi propri. Leggendo pensavo, ma che difficile deve essere stato trovare un nome ad Euridice: nei primi capitoli, dove subito si intuisce che lei è Ella, questo nome appare e scompare con indifferenza, prendendo pian piano peso nel trascorrere della narrazione. Nel momento in cui i due giovani decidono di sposarsi, Ella diventa Ella Grey. Ella Grey. Un nome perfetto, Euridice. Ella Grey, il nome giusto da cantare dell’inferno.

Il libro riporta a oggi questo mito fondante del potere dell’arte e dell’intreccio inestricabile tra amore e morte. Dalla figura di Orfeo nacque un vero e proprio culto, l’orfismo appunto, che permeò per secoli il pensiero occidentale, e che fu il pensiero che per primo teorizzò una natura divina nell’uomo. In Orfeo, il potere di parlare con gli animali, di cantare inni tali da far commuovere addirittura Ade e Persefone, incarna proprio questo aspetto divino.

L’Orpheus di Almond non poteva che comparire tra diciassettenni innamorati, scontenti, pronti ad innamorarsi, innamorati della vita, giocatori d’azzardo con la morte, così presente in questo libro da avere l’onore dell’incipit:

Io sono la sopravvissuta. Quella che racconta la storia. Li conoscevo entrambi, so come hanno vissuto e come sono morti. Non è passato molto tempo da allora. Sono giovane, come loro

La voce narrante è di Claire, amica di Ella, suo malgrado tramite tra i due innamorati. Claire ama Ella, ma di che amore? Com’è, che sostanza ha quella relazione? E quale quella tra Orpheus ed Ella? E’ tutto un libro che sta sul filo nell’amore/morte, gioia/disperazione, estasi/perdizione:Almond orficamente gioca sull’abisso. E su quell’abisso ci si può perdere:

“E’ come se io non ci fossi più, ma è come se ogni cosa fosse dentro di me. Non so spiegarlo (…) E’ come se fossi questa margherita ed è come se la cosa che c’è nella margherita fosse uguale a quella che è in me. Quella che la spinge su dalla terra e spinge i petali in fuori e fa scintillare il polline. Quella che tira fuori il canto da quegli uccellini e fa loro spiegare le ali e fa nuotare il salmone e… oh, Claire, come diamine faccio a saperlo?”

E l’abisso arriva. Lo sappiamo. Lo sappiamo perché conosciamo la storia di Orfeo, lo sappiamo perché Almond ce l’ha detto nelle prime due righe. Quindi racconta Claire del viaggio di Orpheus negli Inferi e per farlo usa cartone, colla e colori e costruisce una maschera, quelle usate nel teatro greco, nodo antico dei nostri nodi, palcoscenico dell’occidente, dove tutto è già stato narrato. E come si studia all’università, nel momento in cui si indossava la maschera per recitare, la verità nasceva. Come da bambini, quando maschere non occorrono e il racconto è un sussulto tra le nostre labbra per uditori invisibili e sconosciuti. E così Claire diventa Orpheus e le pagine mutano:

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Claire si fa narrazione. E lei so sa. Le parole di Orpheus e ciò che ha sentito l’hanno resa viva. Parte, infine Claire. Salpa, potremmo dire.

Di fiori, vecchie foto e tazze di tè di Vera Frigerio

Di fiori, vecchie foto e tazze di tè

di Vera Frigerio, bibliotecaria

Le atmosfere melanconiche, l’evanescente poeticità delle figure e del segno, l’indagine introspettiva che i personaggi ritratti da Joanna Concejo innescano in chi legge, attraverso l’intensità dei loro sguardi, le increspature delle bocche, le pieghe disegnate dal tempo sulla pelle, la compostezza dei gesti, sono alcuni degli aspetti che accomunano le sue opere, così come la morbidezza della luce che si posa sulle cose come polvere. Simili caratteristiche contribuiscono a far sì che le storie da lei illustrate vivano in una sorta di tempo sospeso, silenzioso, estraneo alla contingenza e vividezza della realtà; un tempo lontano e vicino, in cui si compiono scoperte, affiorano reminescenze, si celano segreti, prendono forma desideri, si accendono epifanie; un tempo tutto interiore, in cui oggetti e persone sembrano fluttuare persi nelle loro solitudini. Sono l’esattezza della linea, il tratteggio a matita e l’uso ponderato del colore, di cui l’autrice si avvale soprattutto in chiave simbolica, a dare consistenza ed esistenza agli elementi rappresentati, conferendo loro contorno e peso.

Anche l’ultimo albo di Joanna, L’anima smarrita, scritto da Olga Tokarczuk e vincitore della Menzione Speciale del Bologna Ragazzi Award 2018, trasporta il lettore in una dimensione temporale alterata e sfuggente.

Protagonista del libro un uomo, che ad un certo punto della sua vita (al lettore il piacere di riconoscere quale nelle tavole iniziali), comincia a maturare la consapevolezza di aver perduto la sua anima, di averla smarrita da qualche parte senza essersene reso conto, occupato a rincorrere impegni e affanni del vivere quotidiano. Confuso e spaventato, l’uomo accetta il consiglio di una saggia dottoressa e si trasferisce in una piccola casa di campagna, in attesa che la sua anima ritardataria (perché, si sa, “la velocità con cui si muovono le anime è molto inferiore a quella dei corpi”), lo raggiunga e si ricongiunga a lui. L’anima, luogo d’origine del pensiero e del sentimento umano, ha nell’albo le sembianze di un bambina, quasi dell’infanzia ne condividesse il senso della meraviglia, la curiosità, la sensibilità, il pensiero magico, la vitalità, l’emotività, l’autenticità.

L’inserzione nel libro di due pagine opache trasparenti, a indicare dell’attesa l’inizio e la fine, crea una sorta di cesura tra un tempo che potremmo definire cronologico, misurabile, e un tempo psicologico, soggettivo, com’è quello del ricordo.

I fogli ingialliti di un vecchio quaderno a quadretti, i bordi che incorniciano la maggior parte delle immagini, le fotografie in bianco e nero, le buste e i francobolli riprodotti all’interno delle illustrazioni, ogni singola scelta concorre a trasportare chi legge in un passato che ha l’odore acre ma familiare delle cose dimenticate in soffitta.

Nell’albo convivono due narrazioni che corrono parallele quasi per l’intera lunghezza del racconto, per convergere nell’incontro finale tra il protagonista e la bambina. Le maggior parte delle pagine di sinistra descrivono infatti il percorso seguito dalla bambina per raggiungere l’uomo, mentre quelle di destra raffigurano l’attesa dell’uomo, la cui durata è intuibile grazie ai cambiamenti avvenuti nel suo aspetto e nell’abitazione in cui vive. Lo sguardo del lettore, scorrendo da una pagina alla successiva, è costretto a saltare di continuo da una dimensione spaziale ad un’altra, da una scena in esterno ad una in interno, compiendo simultaneamente anche un viaggio nella memoria del personaggio, come se tale viaggio costituisse una sorta di tappa obbligata per la (ri)scoperta di sé. E quando alla fine il ricongiungimento/riconoscimento avviene, è l’irrompere del colore nella pagina a darne testimonianza, inondando la stanza di luce, calore, vita, e rendendo così possibile la splendida fioritura delle piante di cui Jan, il protagonista, è andato nei mesi circondandosi; una fioritura talmente rigogliosa da varcare la soglia di casa, irradiarsi nel paesaggio circostante e invadere perfino i risguardi di chiusura dell’albo.

Nei libri illustrati da Joanna troviamo spesso rappresentati fiori e piante, a rivelare non solo una personale passione per la botanica, ma anche e soprattutto a mettere in luce il loro grande potenziale evocativo, in quanto manifestazione di bellezza, grazia, purezza, sentimento.

Altro elemento ricorrente nella sua opera è la casa (Il signor nessuno, L’angelo delle scarpe o C’era una volta una bambina), che l’illustratrice si diverte a vestire di carte da parati e tappezzerie floreali, oltre che a disseminare di fotografie, quadri, vasi, suppellettili e piccoli oggetti, conferendo anche ad essa valore metaforico: la casa come principio, espressione e dimora dell’identità.

Il testo di Olga Tokarczuk si presenta piuttosto breve, scorrevole, lineare, ed è contraddistinto da espressioni introduttive e conclusive proprie del racconto fiabesco, come “Una volta c’era un uomo” o “Da quel momento vissero a lungo felici e contenti”, che contribuiscono ad accentuare l’indefintezza temporale della vicenda narrata e ad attribuirle così carattere d’universalità.

Per quanto l’illustrazione di Joanna Concejo possa sembrare ad un primo sguardo dominata da toni narrativi e figurativi nostalgici, onirici, non immediatamente decifrabili, al punto da trasmettere al lettore una sensazione d’inquietudine mista a languidezza, le tavole finali dei suoi libri emanano sempre un chiarore capace di alleviare ogni possibile tensione emotiva accumulata e illuminare il futuro di possibilità. Proprio come succede quando, dopo una lunga notte, assistiamo a quel miracolo che è l’alba che nasce.

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PS Una piccola nota a margine, che vuole essere un omaggio a quello che resta in assoluto uno dei miei albi preferiti, Il signor nessuno: come non notare l’analogia tra la copertina di L’anima smarrita e quella della nuova edizione di Il signor nessuno? Chissà qual è il nome della speciale sartoria che confeziona le giacche ai protagonisti dei libri di Joanna…

Libri citati:

Joanna Concejo, Il signor nessuno, Topipittori, 2008

Giovanna Zoboli, Joanna Concejo, L’angelo delle scarpe, Topipittori, 2009

Hans Christian Andersen, Joanna Concejo, I cigni selvatici, Topipittori, 2011

Jean-François Chabas, Joanna Concejo, Les fleurs parlent, Casterman, 2013

Giovanna Zoboli, Joanna Concejo, C’era una volta una bambina, Topipittori, 2015

Marek Bienczyk, Joanna Concejo, Un prince à la pâtisserie, Format, 2015

Olga Tokarczuk, Joanna Concejo, L’anima smarrita, Topipittori, 2018

Sitografia:

http://joannaconcejo.blogspot.com/

http://lascatoladelte.blogspot.com/2011/04/per-i-borghi-di-macerata-intervista-con.html

http://www.lefiguredeilibri.com/2010/01/11/joanna-concejo-il-mio-primo-libro/

http://www.lefiguredeilibri.com/2011/05/16/joanna-concejo-7-domande/

IL VIAGGIO DI CADEN di Neal Shusterman, Hot Spot – Recensione di Valentina Pellizzoni

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Mai titolo di libro fu più descrittivo di quanto ci attende nel leggerlo.

Scandito da brevi capitoli che danno un ritmo temporale costante alla lettura, la storia di Caden all’inizio appare spezzata. Un momento siamo a scuola, con la sua famiglia, a casa e un momento dopo siamo su una goletta dei pirati, affrontiamo capitani scontrosi, e teschi parlanti.

Non ci infastidisce questo doppio binario, perché è sempre il giovane Caden che viaggia di qua e di là e nel farsi del libro il perché della deriva piratesca si comprende, e si comincia ad amare intensamente questo giovane uomo così precocemente ‘ancorato’ – è proprio vero che a volte le parole svelano – al suo dolore interiore.

L’autore decide di parlare della malattia mentale con una purezza e una verità e una sincerità ammirevoli, dando forma al magma interiore di Caden cristallizzandolo in mitiche figure piratesche: navi allo sbando, pappagalli parlanti, cuccette oscure e quel mare dai fondali ignoti.

Quando i due mondi cominciano a intrecciarsi i brani lirici sono di una bellezza che ti penetra e non ti abbandona per giorni: come la ragazza che passa il suo tempo guardado fuori dalla finestra dell’ospedale psichiatrico, immobile, che nel mondo di Caden diventa una polena, una statua di ragazza, che lo accoglie tra le sue braccia di legno nei momenti di sconforto.

E’ un libro struggente. E’ un libro sul dolore. Sull’uscita dal dolore. Sull’accettazione dell’incomprensibile, a cui a volte bisogna arrendersi e con cui a volte occorre imparare a convivere.

Tutti lo dovrebbero leggere questo libro, dai ragazzi agli adulti. Il mare oscuro è dentro di noi e intorno a noi, ma se Caden ce l’ha fatta, per noi sarà una passeggiata.

LE COSE CROLLANO di Chinua Achebe – La nave di Teseo – Recensione di Sara Merighi

LE COSE CROLLANO di Chinua Achebe

La nave di Teseo
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Quando in libreria ho scelto “Le cose crollano” di Chinua Achebe non conoscevo né l’autore, né il titolo ma, in copertina, alcuni indizi mi avevano fatto sospettare che non si trattasse di un libro qualunque.
Per prima cosa un commento, in cui la schiva Nadine Gordimer descrive Chinua Achebe come un “talento straordinario, generoso e traboccante “.
Poi l’immagine di copertina, un quadro astratto in cui colorati pianeti, che sembrano costituire un sistema solare naïf, stanno lentamente per essere risucchiati in un vortice di materia. Le cose crollano o cambiano, appunto.
Ed infine, in quarta di copertina, due commenti, uno di Claudio Magris e uno di Nelson Mandela.
In effetti “Le cose crollano”, scritto in inglese da uno scrittore nigeriano, pubblicato nel 1958 e ripubblicato ad Ottobre 2016 dalla Nave di Teseo, non solo è stato tradotto in una cinquantina di lingue, viene utilizzato come libro di testo nelle scuole africane ed è stato venduto in più di dieci milioni di copie, ma viene considerato il libro da cui è nata la moderna letteratura africana.
Il protagonista è Okonkwo, un coraggioso e temuto guerriero di etnia Igbo, la più numerosa etnia Nigeriana, che vive nell’immaginario villaggio di Umofia, all’inizio del secolo scorso.
Okonkwo è figlio di un uomo pigro, pieno di debiti e incline ai vizi ma, come dicono gli anziani del villaggio, “Se un bambino si lava le mani, può mangiare con i re”.
E Okonkwo le mani se le è lavate con il duro lavoro e il suo coraggio, tanto da essere riuscito a conquistare l’onore di essere un “egwugwu”, la personificazione di uno dei temuti spiriti ancestrali che si palesano, nascosti in mostruose maschere, tra fumo e battiti di tamburo, per risolvere le diatribe degli abitanti del villaggio e di quelli vicini.
“E poi apparvero gli egwugwu. Donne e bambini levarono un grido e corsero via. (…) la visione era terrificante.”
Una sola paura condiziona la vita di Okonkwo, quella di assomigliare a suo padre.
La vita della maggior parte della gente della tribù, invece, è condizionata dalla paura di offendere le moltissime e temute divinità. Ani, dea della Terra, Chukwu, creatore supremo, Amadora, dio del fulmine, Idemili, dio delle acque, e tutti gli altri, i cui incomprensibili e imprevedibili comportamenti gli abitanti del villaggio cercano di esorcizzare e depotenziare attraverso antichi e spesso sanguinari riti.
La paura crea rigidità ed è una delle peggiori consigliere nella vita dei singoli individui. Quando poi è la predominante modalità di rapportarsi all’interno delle comunità, causa disastri spaventosi. La rigidità, infatti, difficilmente contempla cambiamenti graduali, più sovente provoca crolli.
Ed è ciò che avviene quando i primi missionari bianchi entrano in contatto con la cultura Igbo :”L’arrivo dei missionari aveva causato una notevole agitazione nel villaggio (…).” Se inizialmente sembrano portare migliori condizioni di vita, conforto, una filosofia di inclusione dei più deboli, di coloro che per superstizione e tradizione venivano emarginati o addirittura uccisi, a poco a poco diventano sempre più interessati al potere, sordi alla giustizia e alla propria coscienza.
Okonkwo e tutta la Nigeria ne saranno stravolti.
È difficile individuare il momento in cui, leggendo, mi sono resa conto che la prospettiva di Chinua Achebe è differente da quella a cui ero abituata.
In “Le cose crollano ” è l’Africa che parla di se stessa, con la propria voce.
Questo è il cambiamento più importante portato dalla letteratura di Achebe. Fino a quel momento di Africa ne scrivevano gli antropologi, i viaggiatori, i missionari europei o comunque non africani.
In “Le cose crollano” le storie, le tradizioni, i riti, le superstizioni (che per centinaia di anni sono state l’unica realtà nelle tribù africane e spesso resistono ancora oggi) sono state narrate dall’interno, da uno scrittore che in quella cultura ci è nato e cresciuto. E la potenza è completamente diversa. Per noi, lettori europei, ma soprattutto per i lettori africani.
Sara Merighi