Promozione “Iperborea: storie degne di nota” Allo Spazio Libri La Cornice

Promozione “Iperborea: storie degne di nota”: a giugno -20% su tutto il catalogo + taccuino in omaggio ogni 2 libri acquistati.unnamed (1).jpg

Tuono di Ulf Stark – Iperborea

Ogni volta che arriva un nuovo libro di Ulf Stark, noi festeggiamo. E’ incredibile quanto sia bravo, ogni libro pare più bello. In Tuono si narra di Ulf e del suo amico Bernt, incuriositi dal gigante Tuono, appunto, che vive poco distante da loro. Succedono moltissime cose in questo romanzo minimo: Ulf tradisce Bernt, Tuono si commuove ascoltando delle sonate al piano, la mamma di Bernt diventa molto triste, e il papà non capisce. Cosa ci rende così entusiasti di Stark? Il modo molto nordico di affrontare tematiche difficili senza sentimentalismo, asciugando, facendo parlare il quotidiano. Libera tutto dagli orpelli e ci consegna una serie di eventi in cui non è possibile non immedesimarci, poiché sono tutti fatti che ci sono capitati, che raccontano esattamente un breve passaggio del nostro passato, che descrivono un atteggiamento perfettamente speculare di una persona a cui abbiamo voluto bene.

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E’ impossibile costringere Tuono in aree tematiche. Di cosa narra? Di tutto, di infanzia e di crescita.

[Ulf e Bernt spiano Tuono].

«Che razza di cose stupende potrebbe sognare un gigante?» chiesi.

«Tu che ne dici?» rispose Bernt.

Preferivo non pensarci. I sogni di Tuono traboccavano sicuramente di sangue e brandelli di carne. Ricordavo bene il modo in cui si era leccato le labbra solo qualche istante prima. Così pensai, invece: perché io e i miei amici facciamo in continuazione cose come questa senza che nessuno ci costringa, cose che ci fanno star male per il terrore? Lo chiesi a Brent.

Rispose che lo facevamo per diventare adulti.

Un libro essenzialmente sui rapporti con gli altri, sul peccato di superficialità, ci viene da dire. Superficiale è Ulf nell’offendere Bernt, superficiale il padre di Ulf nel non vedere la tristezza di sua moglie e nel soprassedere. Nel brano che descrive lo sgomento della mamma di Ulf nel vedere il proprio rifugio distrutto dalla tempesta, si ha proprio l’impressione di lenta disgregazione: la cena mal cucinata, la madre silenziosa, e quel padre che, goffo nella sua minimizzazione dei fatti, scava un solco profondo tra lui da una parte e la moglie e il figlio dall’altra. Un brano eccezionale.

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Ma Ulf sa cosa deve fare, perché capisce di aver commesso degli errori. E così a metà libro si ingegna per ricostruire tutto ciò che è stato spazzato via. Agisce. Affronta Tuono. Ricostruisce. E mentre fa tutto ciò, si mangia un gelato al cioccolato, pensando alla sua compagna, a come balla, ai suoi capelli biondi ondeggianti e “al fatto che non avrei mai saputo che effetto faceva sul mio cervello un vero bacio.”

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Valentina Pellizzoni

La relazione resta il nodo. Buon 2018!

E’ vero che i bilanci si fanno a fine anno, e invece noi tiriamo le somme all’inizio, per avere il carburante giusto per partire al meglio.
E’ stato un buon Natale, anzi ottimo. Abbiamo fatto un salto grande e siamo caduti in piedi. E di questo siamo grati a voi tutti che ci avete seguito e sostenuto con davvero grande affetto.
Abbiamo venduto a Natale per lo più i libri di quegli editori chiamati per bambini e ragazzi.
TopipittoriBabalibriEditrice Il Castoro sopra tutti.
Nell’editoria adulta svetta Iperborea Casa Editrice, poi Giulio Einaudi EditoreRizzoli Lizard.
Topipittori rimane l’editore che vendiamo di più in assoluto, che sia a Natale o durante l’anno e questo ci riempie di orgoglio.
Per quanto ogni titolo presente in laboratorio sia scelto, voluto e quindi amato da noi, l’idea di riuscire a vendere così bene dei libri che spesso spiazzano il pubblico adulto e mettono alla prova il concetto stereotipato di infanzia, ci dice che siamo sulla strada giusta.
Soprattutto ci dice che ci sono quei lettori, altroché.
Infine, noi vendiamo gli editori coi quali da anni collaboriamo.
La relazione resta il nodo.
E da lì ripartiamo.

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J. Peter JACOBSEN “NIELS LYHNE” Iperborea Collana Luci

“Una donna non può essere pura, non deve esserlo. E come potrebbe? Cos’è questa idea contro natura? È per questo che è stata creata? Rispondi! No, mille volte no. Che pazzia è mai questa? Perché con una mano ci innalzate fino alle stelle, mentre con l’altra siete costretti a trascinarci in basso. Non potete lasciarci camminare semplicemente sulla terra al vostro fianco, essere umano accanto a essere umano, e nient’altro? Ci diventa impossibile procedere con passo sicuro in mezzo alla prosa, quando ci avete accecate con i fuochi fatui della vostra poesia. Lasciateci in pace, per amor di Dio, lasciateci in pace!”

Nessun testo alternativo automatico disponibile.

NUMERO DI COLLANA: 1 LUCI

J. Peter JACOBSEN

Nato a Thisted, nello Jutland, nel 1847, formatosi alla scuola positivista e radicale di Georg Brandes, fu scienziato, botanico, traduttore e divulgatore di Darwin, oltre che poeta e romanziere. Viaggiò molto, soprattutto in Svizzera e in Italia, dove è ambientata una parte di Niels Lyhne (1880). Autore dei Guerrelieder, poi musicati da Schönberg, e del romanzo Maria Grubbe (1876), scrisse racconti e poesie, trasfigurando con il suo cromatismo impressionista la realtà esterna in illusione visiva. Considerato uno dei massimi scrittori della letteratura danese, è morto di tisi nel 1885.

Jacobsen, Gustafsson, Lagerkvist, Hamsun, Bergman, Lagerlöf, Vesaas, Jansson, Stangerup, Hansen.

Nel 2017 Iperborea festeggia 30 anni con una nuova collana, Luci, un viaggio a ritroso nel tempo per riscoprire i grandi classici pubblicati agli albori della casa editrice e introvabili da anni.

Dieci titoli che rappresentano anche un viaggio ideale attraverso 150 anni di letteratura scandinava sulle sue vette più luminose. Una nostra scelta personale e arbitraria, come lo può essere una compilation, tra gli autori che meglio hanno espresso con i loro libri ciò che più amiamo della letteratura venuta dal freddo: i grandi orizzonti, il piacere del racconto, i dilemmi etici ed esistenziali, l’eterno interrogarsi sull’epica, farsesca, tragicomica vicenda umana. E l’attitudine molto nordica di non prendersi mai troppo sul serio.

Un viaggio dedicato ai lettori che ci hanno accompagnato libro per libro fino a questo bel traguardo. In particolare a quelli che alle fiere, via email, via lettera, sui social network reclamano «quando ristampate quel…?». Questi dieci titoli sono tra i libri che negli anni ci avete più richiesto. Li riproponiamo con traduzioni aggiornate e nuove postfazioni in una veste grafica ideata da xxystudio. Le immagini originali delle illustrazioni in copertina sono state realizzate con la tecnica del linocut.

Tanti auguri Iperborea!

TUTTO QUELLO CHE NON RICORDO di Jonas Hassen Khemiri – Iperborea – Recensione di Valentina Pellizzoni

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Parto dalla fine.

Parto dall’incontro organizzato da Iperborea con Jonas Hassen Khemiri.

Lui è lì, seduto sul bordo del palco. Lunghe dita, capelli corvini lisci e lunghi, magro, altissimo. L’incontro è finito: legge un brano del suo libro in svedese e da quel corpo esile, escono parole fatte solo di consonanti dure. E’ un effetto straniante. Non diresti sia svedese, no. Eppure lo è. Di padre tunisino, certo, ma che c’entra.

Porta su di sé il marchio della differenza. Come raccontava nel 2013 nell’articolo rivolto all’allora Ministro della Giustizia svedese, in cui le proponeva di scambiarsi la pelle per poter provare l’effetto che fa sentirsi bersaglio di pregiudizi razziali. Nel giro di poche ore l’articolo diventa virale.

Tutto quello che non ricordo parte da un enigma: Samuel è morto in un incidente d’auto, è stato suicidio? O fatale errore?

Come una piece teatrale, il romanzo fa parlare le voci di chi ha conosciuto l’uomo.

Ma man mano che il libro avanza, le voci si intersecano anche contraddicendosi in un climax in crescendo che raggiunge l’apice proprio a metà libro, quando niente pare incasellarsi. Khemiri dice che è un libro sul potere della parola. Le parole erano l’unica certezza che avevo da bambino, continua. Loro mi aiutavano sempre.

Ma il libro racconta anche una storia d’amore bellissima e travolgente, ma anch’essa come dimessa. Immaginatevi un’appassionante storia d’amore narrata con calma, con voce calda e rassicurante:

“Era come se i nostri cervelli avessero suonato insieme in una vita precedente, esercitandosi con le scale e accordando i propri neuroni nella stessa chiave, e adesso finalmente si incontravano di nuovo, potevano sbizzarrirsi anche senza spartito.”

E infine, dice Khemiri, il mio è un libro sull’economia.

Sì perché nel libro i soldi sono i co-protagonisti di Samuel. Lo status sociale differente dei personaggi, che influisce così tanto nelle loro relazioni è forse la parte più dolorosa. Io farei un salto e lo definirei un libro politico anche.

Il finale comunque svela.

I pezzetti nella seconda parte del libro si incastrano.

Le parole dicono la verità.

Valentina Pellizzoni

IL CORVO di Kader Abdolah – Iperborea – Recensione di Sara Merighi

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Kader Abdolah
Iperborea Edizione
Nell’estate del 2013 un’amica mi propose un viaggio in Iran. Un suo conoscente, Bezhad, organizzava viaggi per piccoli gruppi di persone che volessero conoscere il suo paese di origine, la Persia.
A fine Luglio ero all’aeroporto di Istanbul ad aspettare il volo per Teheran, completamente impreparata al contatto con un paese la cui storia, la complessità della sua situazione sociale e politica uniti alla bellezza dei suoi manufatti e delle sue città, mi avrebbe affascinato.
Avevo con me Shah-in Shah di Kapuscinsky, l’unico libro che in libreria avevano saputo consigliarmi sull’Iran.
Non lo iniziai neanche, fu un altro lo scrittore che mi accompagnò nel viaggio.
Me lo suggerì Bezhad, in quel aeroporto. Una breve descrizione della sua vita mi convinse a scaricare, seduta stante, sul mio Kindle, tutti i suoi libri allora a disposizione.
Kader Abdolah è uno scrittore iraniano che scrive in lingua olandese.
Scappò dal suo paese pochi anni dopo la Rivoluzione del 1979, quando divenne chiaro che Khomeini stava portando l’Iran verso una situazione peggiore rispetto a quella esistente con lo Scià Rehza Palavhi, e viaggiò tre anni prima di riuscire ad ottenere che un Paese lo accogliesse e gli desse asilo politico. Arrivato in Olanda senza conoscerne la cultura, la lingua, né avere un punto di riferimento, Kader Abdolah (che non è il suo vero nome ma uno pseudonimo, scelto per ricordare due amici uccisi dagli ayatollah) capì che, per non morire di inedia, doveva provare ad integrarsi, imparando, per prima cosa, quella lingua ostica e oramai diventata marginale. La imparò sostanzialmente da autodidatta e quando decise di incominciare a scrivere, lo fece in Olandese.
“Il corvo”, pubblicato da Iperborea in Italia nel 2013, dopo il successo del “Viaggio delle bottiglie vuote”, “Scrittura cuneiforme” e “La casa della moschea “, è forse il coronamento del suo percorso di integrazione. Gli fu commissionato nel 2011 dall’associazione che organizza La Settimana del Libro Nederlandese, un onore che spetta solo a scrittori affermati e che prevede la pubblicazione in altissima tiratura.
In un numero prestabilito di parole, 29.000, l’autore racconta la sua vita, attraverso la voce di un esule di origini iraniane, Refid Foaq.
Refid in Iran sogna sin da ragazzo di diventare scrittore. Inizia a scrivere per raccontare la sua frustrazione nel non poter frequentare la ragazza di cui si è invaghito, poi collabora per un giornale di sinistra sino a quando, testimone della famosa occupazione dell’ambasciata statunitense a Theran, deve lasciare il paese, e lo fa’ affidandosi ad un antico detto : “Prendi la strada e la strada ti guiderà “.
La strada lo guida sino ad Istanbul da cui, per un lungo periodo, non riesce più a proseguire. La permanenza diventa sempre più umiliante e pericolosa :” Tutti i clandestini erano alla ricerca di un trafficante di esseri umani (…) Chi poteva pagare di più veniva mandato nei posti migliori. (…). Per chi non aveva che duemila dollari non restava che l’Olanda.(…) ” Ma era sconsigliata: ” Non farlo, butti via i tuoi soldi. La lingua è impossibile e il paese è microscopico. È un paese dove piove tutti i giorni e c’è sempre vento: lascia perdere”. Ma Refid non ha alternative.
Grazie al potere salvifico dell’immaginazione e dei sogni, alla forza rivoluzionaria della scrittura, all’accettazione del destino e all’amore per la poesia, come sintetizza la sua traduttrice, Elisabetta Svaluto Moreolo, e alla sua enorme forza d’animo, aggiungo,  Refid/Kader Abdolah non solo si salva ma diventa scrittore, come sognava.
L’ Iran ha sempre un ruolo centrale nei suoi libri anche se oramai sono trascorsi tanti anni da quando ha dovuto lasciarlo.
Quando e se vi tornerà troverà un sacco di negozi di lussuosi marchi occidentali, gli Apple Store (il che è un vero mistero visto che sussiste l’embargo da parte degli Stati Uniti) e la dilagante moda delle giovani ragazze iraniane di rifarsi il naso “alla francese”. Ma il paese dove sono state inventate, oltre al polo e ai mulini a vento, tre delle cose più inutilmente indispensabili della storia dell’umanità – la poesia, l’arte del tappeto e l’arte della miniatura – è riuscito incredibilmente a preservare la sua unicità.

Sara Merighi

IL RE DELL’UVETTA di F. Sjoberg – Recensione di Valentina Pellizzoni

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Ci sono libri che all’aprirsi, non aprono solo un mondo, ma mille ne aprono. E questo è il tratto principale dei libri di Fredrik Sjoberg. L’intento del libro è chiaro: narrare la biografia dello zoologo svedese Gustaf Eisen, massimo esperto di lombrichi, di uvetta passa, di ritratti di Washington e tanto altro, come scopriremo nell’addentrarci nel racconto. Questo vogliamo leggere, di lui vogliamo sapere, certo. Il fatto è che le prime pagine in realtà narrano di Sjoberg a dodici anni, quando la sua insegnante di cucito dà come esercizio la creazione di una sciarpa lavorata a maglia. Lui è puntiglioso, meticoloso, tanto che il risultato è di un punto così fine che la sciarpa sembra un pezzo di legno. Cosa centra questo con Eisen, vissuto a cavallo tra otto e novecento? C’entra eccome. Sjoberg oscilla tra la propria biografia e quella dello zoologo in un continuo rimando e riflesso di due persone accomunate da medesime passioni. Niente sazia i due. La loro vita è assetata di ricerca, di desiderio di conoscenza, anche di possesso. Quel che traspare è che nell’atto del collezionare non c’è mero desiderio di completezza, ma ricerca della felicità, di senso, fusione tra vita e lavoro, atto artistico puro in effetti. Non è un libro biografico, mi verrebbe da dire, ma un libro, di nuovo dopo il primo, filosofico.

C’è un brano molto commovente circa a metà del libro in cui Sjoberg narra della perdita improvvisa di un caro amico. Lui è disperato, passa giorni a piangere. Un pomeriggio i suoi due figli vanno nel suo studio:

“L’inquietudine li aveva spinti a correre fino a un ceppo marcio dove si erano messi a frugare fino a che non avevano trovato uno scarabeo. E ora eccoli lì, con una timida meraviglia nei grandi occhi spalancati. “E’ per te.” “Papà sei contento adesso?” Ancora oggi mi capita di mettermi a piangere quando vedo un Ampedus sanguineus, non so se per il dolore o per la felicità, probabilmente per un misto dei due.”

Una cura alla fatica di vivere è il collezionismo, forse. Una forma d’arte, un anelito. Fatta di piccole cose in questo caso: piccoli animaletti, piccolissimi dettagli, piccole aree geografiche studiate.

E comunque, un libro così generoso da riempirmi di curiosità, tanto da farmi andare a cercare sul web le fattezze della mosca Callicera oppure i quadri di Strindberg a me pare abbia già fatto il suo sporco dovere.