IL POSTO ANNIE ERNAUX – recensione di Sara Merighi

IL POSTO ANNIE ERNAUX – L’ORMA EDITORE
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Un paio di anni fa’, colui che era stato per 25 anni il compagno di mia madre è morto per una malattia censurata e dal nome impronunciabile, encefalopatia prionica.
Nei giorni successivi sentii l’esigenza di scrivere. Tra noi c’era sempre stata una distanza dovuta ad una sorta di pudore, un pudore milanese, come era lui, costituito da riserbo, educazione, distanza. Tante volte, negli ultimi mesi avrei voluto dirgli, quando la sera passava da casa mia a darmi qualche documento che dovevo recapitare a mia madre, (nel frattempo si erano separati) : “Fermati a cena, raccontami di te, non ti conosco per niente, hai bisogno di qualcosa?”
Non l’ho mai fatto e scrivendo mi sembrava di riparare ad un torto.
“Azzardo una spiegazione: scrivere è l’ultima risorsa quando abbiamo tradito”.
L’epigrafe di Jean Genet che Annie Ernaux ha scelto per il suo libro, IL POSTO (edito da L’Orma Editore), è andata dritta a toccare quel ricordo. Per questo motivo l’ho comprato.
Era da mesi che lo vedevo esposto, sui tavoli delle librerie che frequento ma, come sempre mi capita quando ho l’impressione che uno scrittore o un libro siano di moda, evitavo di comprarlo e addirittura di aprirlo.
Quando alfine, un giorno, lessi l’epigrafe, mi sembrò un’ammissione senza possibilità di conforto, tanto più dolorosa perchè il tradimento, che Annie Ernaux affronta nel libro, non è nei confronti di un amante ma di suo padre.
“Scrivo lentamente (…). Naturalmente, nessuna gioia di scrivere, in questa impresa (di raccontare la vita del padre) in cui mi attengo più che posso a parole e frasi sentite davvero, talvolta sottolineandole con dei corsivi (..) Semplicemente perché queste parole e frasi dicono i limiti e il colore del mondo in cui visse mio padre, in cui anch’io ho vissuto”.
Da quel mondo fatto di lavori umili, di paura di essere fuori posto, di mancanza di cultura, di paura del giudizio dei vicini, di modi bruschi e un po’ gretti, Annie Ernaux studiando, crescendo, si emancipa. Ma via via che cresce e sale nella scala sociale e culturale, incomincia a vergognarsi di chi ne fa ancora parte, la sua famiglia, suo padre.
L’autrice attinge dai ricordi e dai racconti familiari per descrivere la vita del padre e di come a poco a poco a partire dall’adolescenza, tra di loro si sia creata una distanza, ma non una distanza sana, di quelle che permette normalmente ai figli di crescere, ma una distanza “ di classe”, un disprezzo.
La scrittura per piccoli paragrafi, i quali sembrano fatti per assecondare i ricordi che affiorano e per frasi dirette, dalla costruzione semplice, che raccontano momenti di vita reale, danno un’impressione di cronaca. Ma anche la cronaca contiene un giudizio. Annie Ernaux non cerca né la comprensione, né la giustificazione da parte di chi legge e sebbene la scrittura oggettivizzi, renda universale il suo tradimento, è come se ciascun singolo lettore, che solo un po’ si riconosca in quei sentimenti, ne espii, leggendo, la colpa.
Sara Merighi
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LE COSE CROLLANO di Chinua Achebe – La nave di Teseo – Recensione di Sara Merighi

LE COSE CROLLANO di Chinua Achebe

La nave di Teseo
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Quando in libreria ho scelto “Le cose crollano” di Chinua Achebe non conoscevo né l’autore, né il titolo ma, in copertina, alcuni indizi mi avevano fatto sospettare che non si trattasse di un libro qualunque.
Per prima cosa un commento, in cui la schiva Nadine Gordimer descrive Chinua Achebe come un “talento straordinario, generoso e traboccante “.
Poi l’immagine di copertina, un quadro astratto in cui colorati pianeti, che sembrano costituire un sistema solare naïf, stanno lentamente per essere risucchiati in un vortice di materia. Le cose crollano o cambiano, appunto.
Ed infine, in quarta di copertina, due commenti, uno di Claudio Magris e uno di Nelson Mandela.
In effetti “Le cose crollano”, scritto in inglese da uno scrittore nigeriano, pubblicato nel 1958 e ripubblicato ad Ottobre 2016 dalla Nave di Teseo, non solo è stato tradotto in una cinquantina di lingue, viene utilizzato come libro di testo nelle scuole africane ed è stato venduto in più di dieci milioni di copie, ma viene considerato il libro da cui è nata la moderna letteratura africana.
Il protagonista è Okonkwo, un coraggioso e temuto guerriero di etnia Igbo, la più numerosa etnia Nigeriana, che vive nell’immaginario villaggio di Umofia, all’inizio del secolo scorso.
Okonkwo è figlio di un uomo pigro, pieno di debiti e incline ai vizi ma, come dicono gli anziani del villaggio, “Se un bambino si lava le mani, può mangiare con i re”.
E Okonkwo le mani se le è lavate con il duro lavoro e il suo coraggio, tanto da essere riuscito a conquistare l’onore di essere un “egwugwu”, la personificazione di uno dei temuti spiriti ancestrali che si palesano, nascosti in mostruose maschere, tra fumo e battiti di tamburo, per risolvere le diatribe degli abitanti del villaggio e di quelli vicini.
“E poi apparvero gli egwugwu. Donne e bambini levarono un grido e corsero via. (…) la visione era terrificante.”
Una sola paura condiziona la vita di Okonkwo, quella di assomigliare a suo padre.
La vita della maggior parte della gente della tribù, invece, è condizionata dalla paura di offendere le moltissime e temute divinità. Ani, dea della Terra, Chukwu, creatore supremo, Amadora, dio del fulmine, Idemili, dio delle acque, e tutti gli altri, i cui incomprensibili e imprevedibili comportamenti gli abitanti del villaggio cercano di esorcizzare e depotenziare attraverso antichi e spesso sanguinari riti.
La paura crea rigidità ed è una delle peggiori consigliere nella vita dei singoli individui. Quando poi è la predominante modalità di rapportarsi all’interno delle comunità, causa disastri spaventosi. La rigidità, infatti, difficilmente contempla cambiamenti graduali, più sovente provoca crolli.
Ed è ciò che avviene quando i primi missionari bianchi entrano in contatto con la cultura Igbo :”L’arrivo dei missionari aveva causato una notevole agitazione nel villaggio (…).” Se inizialmente sembrano portare migliori condizioni di vita, conforto, una filosofia di inclusione dei più deboli, di coloro che per superstizione e tradizione venivano emarginati o addirittura uccisi, a poco a poco diventano sempre più interessati al potere, sordi alla giustizia e alla propria coscienza.
Okonkwo e tutta la Nigeria ne saranno stravolti.
È difficile individuare il momento in cui, leggendo, mi sono resa conto che la prospettiva di Chinua Achebe è differente da quella a cui ero abituata.
In “Le cose crollano ” è l’Africa che parla di se stessa, con la propria voce.
Questo è il cambiamento più importante portato dalla letteratura di Achebe. Fino a quel momento di Africa ne scrivevano gli antropologi, i viaggiatori, i missionari europei o comunque non africani.
In “Le cose crollano” le storie, le tradizioni, i riti, le superstizioni (che per centinaia di anni sono state l’unica realtà nelle tribù africane e spesso resistono ancora oggi) sono state narrate dall’interno, da uno scrittore che in quella cultura ci è nato e cresciuto. E la potenza è completamente diversa. Per noi, lettori europei, ma soprattutto per i lettori africani.
Sara Merighi

IL CORVO di Kader Abdolah – Iperborea – Recensione di Sara Merighi

IL COIl corvoRVO

Kader Abdolah
Iperborea Edizione
Nell’estate del 2013 un’amica mi propose un viaggio in Iran. Un suo conoscente, Bezhad, organizzava viaggi per piccoli gruppi di persone che volessero conoscere il suo paese di origine, la Persia.
A fine Luglio ero all’aeroporto di Istanbul ad aspettare il volo per Teheran, completamente impreparata al contatto con un paese la cui storia, la complessità della sua situazione sociale e politica uniti alla bellezza dei suoi manufatti e delle sue città, mi avrebbe affascinato.
Avevo con me Shah-in Shah di Kapuscinsky, l’unico libro che in libreria avevano saputo consigliarmi sull’Iran.
Non lo iniziai neanche, fu un altro lo scrittore che mi accompagnò nel viaggio.
Me lo suggerì Bezhad, in quel aeroporto. Una breve descrizione della sua vita mi convinse a scaricare, seduta stante, sul mio Kindle, tutti i suoi libri allora a disposizione.
Kader Abdolah è uno scrittore iraniano che scrive in lingua olandese.
Scappò dal suo paese pochi anni dopo la Rivoluzione del 1979, quando divenne chiaro che Khomeini stava portando l’Iran verso una situazione peggiore rispetto a quella esistente con lo Scià Rehza Palavhi, e viaggiò tre anni prima di riuscire ad ottenere che un Paese lo accogliesse e gli desse asilo politico. Arrivato in Olanda senza conoscerne la cultura, la lingua, né avere un punto di riferimento, Kader Abdolah (che non è il suo vero nome ma uno pseudonimo, scelto per ricordare due amici uccisi dagli ayatollah) capì che, per non morire di inedia, doveva provare ad integrarsi, imparando, per prima cosa, quella lingua ostica e oramai diventata marginale. La imparò sostanzialmente da autodidatta e quando decise di incominciare a scrivere, lo fece in Olandese.
“Il corvo”, pubblicato da Iperborea in Italia nel 2013, dopo il successo del “Viaggio delle bottiglie vuote”, “Scrittura cuneiforme” e “La casa della moschea “, è forse il coronamento del suo percorso di integrazione. Gli fu commissionato nel 2011 dall’associazione che organizza La Settimana del Libro Nederlandese, un onore che spetta solo a scrittori affermati e che prevede la pubblicazione in altissima tiratura.
In un numero prestabilito di parole, 29.000, l’autore racconta la sua vita, attraverso la voce di un esule di origini iraniane, Refid Foaq.
Refid in Iran sogna sin da ragazzo di diventare scrittore. Inizia a scrivere per raccontare la sua frustrazione nel non poter frequentare la ragazza di cui si è invaghito, poi collabora per un giornale di sinistra sino a quando, testimone della famosa occupazione dell’ambasciata statunitense a Theran, deve lasciare il paese, e lo fa’ affidandosi ad un antico detto : “Prendi la strada e la strada ti guiderà “.
La strada lo guida sino ad Istanbul da cui, per un lungo periodo, non riesce più a proseguire. La permanenza diventa sempre più umiliante e pericolosa :” Tutti i clandestini erano alla ricerca di un trafficante di esseri umani (…) Chi poteva pagare di più veniva mandato nei posti migliori. (…). Per chi non aveva che duemila dollari non restava che l’Olanda.(…) ” Ma era sconsigliata: ” Non farlo, butti via i tuoi soldi. La lingua è impossibile e il paese è microscopico. È un paese dove piove tutti i giorni e c’è sempre vento: lascia perdere”. Ma Refid non ha alternative.
Grazie al potere salvifico dell’immaginazione e dei sogni, alla forza rivoluzionaria della scrittura, all’accettazione del destino e all’amore per la poesia, come sintetizza la sua traduttrice, Elisabetta Svaluto Moreolo, e alla sua enorme forza d’animo, aggiungo,  Refid/Kader Abdolah non solo si salva ma diventa scrittore, come sognava.
L’ Iran ha sempre un ruolo centrale nei suoi libri anche se oramai sono trascorsi tanti anni da quando ha dovuto lasciarlo.
Quando e se vi tornerà troverà un sacco di negozi di lussuosi marchi occidentali, gli Apple Store (il che è un vero mistero visto che sussiste l’embargo da parte degli Stati Uniti) e la dilagante moda delle giovani ragazze iraniane di rifarsi il naso “alla francese”. Ma il paese dove sono state inventate, oltre al polo e ai mulini a vento, tre delle cose più inutilmente indispensabili della storia dell’umanità – la poesia, l’arte del tappeto e l’arte della miniatura – è riuscito incredibilmente a preservare la sua unicità.

Sara Merighi

Pinna morsicata con Cristiano Cavina allo Spazio Libri La Cornice

Pinna morsicata con Cristiano Cavina allo Spazio Libri La Cornice

marcos y marcos editore – Gli Scarabocchi
Illustrazioni di Laura Fanelli
Il libro è una bella storia!
Cristiano Cavina a Cantù allo Spazio Libri La Cornice per leggere e raccontare Pinna Morsicata con Clara Cappelletti e Sara Merighi Gelsomina Bianchi).
Sottofondo musicale di Carlotta Bresciani.
Post-produzione: latteriasociale2016

Pinna Morsicata con Cristiano Cavina a Cantù!

SABATO 29 OTTOBRE ORE 17 allo Spazio Libri La Cornice.
PINNA MORSICATA di Cristiano Cavina 
Marcos y Marcos Editore – Gli Scarabocchi
Il libro è una bella storia!
Cristiano Cavina è a Cantù allo Spazio Libri La Cornice per leggere e raccontare Pinna Morsicata con Clara Cappelletti e Sara Merighi.
Sottofondo musicale di Carlotta Bresciani.
A seguire, un piccolo e delizioso rinfresco.
Ingresso libero.
Per tutte le età.
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PINNA MORSICATA
Cristiano Cavina
MARCOS Y MARCOS Gli Scarabocchi
Illustrazioni di Laura Fanelli

Pinna Morsicata, il protagonista del libro di Cristiano Cavina, edito da Marcos y Marcos, è un delfino a cui, da piccolo, uno squalo ha portato via la mamma e un pezzo di pinna caudale.
“Ne ho incrociati anch’io a volte (di squali) . Creature davvero interessanti…” cerca di minimizzare il suo compagno di viaggio Spigolo, uno strano pesce che assomiglia di fianco a una valigia e di fronte a una busta della spesa. “Purtroppo hanno la cattiva abitudine, essendo al vertice della catena alimentare, di trattare le altre creature come diverse portate sul menù del giorno”.
Ma Pinna Morsicata non ha tanta voglia di minimizzare.
E non ha neanche voglia di compagnia, ora che ha perso anche il suo Clan, quello di Muso Lungo, che lo ha cresciuto e protetto.
E’ tristissimo e vuole solo vagare, in solitudine, per l’oceano, crogiolandosi nel ricordo e nell’autocommiserazione di quanto ha perduto.
Eppure era stato un giovane delfino avventuroso, pieno di energie, curioso, convinto che la sua ferita sulla pinna fosse un indizio del suo essere speciale.
Oramai, però, ha deciso: sparirà per sempre, nelle profondità più buie e fredde del mare… dove certamente non immaginava di imbattersi nel petulante Spigolo.
“Te ne vai in giro come un eroe ferito, portando qua e là i tuoi sensi di colpa come se fossero medaglie” lo provoca quello strano pesce.
Non vi raccontero’ ciò che Pinna Morsicata scoprira’ di se stesso grazie all’amicizia di Spigolo.
Vi anticipo solo che vale la pena leggere questo libro per ragazzi, pur non essendolo più da un pezzo, se siete tra coloro che aspettavano Natale per andare al cinema a vedere l’ultimo film di Walt Disney, perché, secondo me la leggerezza, la giocosità, l’immaginazione di Cristiano Cavina ricorda un po’ quel modo di raccontare lì. Ne vale la pena anche se siete tra coloro che ancora si dibattono, aiutati o meno, nel tentativo di capire se stessi per cercare di vivere meglio, perché vi troverete una bella esemplificazione di una delle ferite più comuni e forse più faticose da curare, quella che l’affetto di un intero Clan non riesce a riempire, la ferita dell’abbandono.
E se non vi ritrovate né in un un caso, né nell’altro ma lo leggerete comunque ai vostri figli e nipoti è possibile che, anche inavvertitamente, Pinna Morsicata rianimi e nutra quella piccola parte di voi che ancora spera di cambiare un po’ il mondo.
Recensione di Sara Merighi Advertising & Communications Sky Italia

http://www.marcosymarcos.com/libri/pinna-morsicata/

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Si prega di posteggiare all’esterno del cortile. Parcheggio consigliato: dietro il negozio Piacere Terra. (vedi piantina)
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BENEDIZIONE di Kent Haruf NN editore

BENEDIZIONE di Kent Haruf – NN editore Recensione di Sara Merighi

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Se in voi fosse presente quella nobile ma inconfessabile velleità di poter essere un giorno chiamati “scrittori”, cioè di entrare non in quel consistente numero di persone a cui è stato pubblicato un unico libro, più per scommessa di un qualche editor che per convinzione di aver identificato un reale talento, ma di entrare, invece, in quel ristretto numero di persone che veramente vivono di questa passione e mestiere, dovreste prendere la vita di Kent Haruf (morto nel 2014 a soli 71 anni) come esempio di tenacia e di abnegazione e come lezione di ironia e leggerezza.
“Se ho imparato qualcosa nella vita, e’ che bisogna credere in se stessi anche se nessun altro lo fa. Sentivo di avere una fiammella di talento, non un grande talento, ma una fiammella che dovevo alimentare regolarmente, come una specie di monaco, per impedirle di spegnersi”.
Con questa incrollabile fiducia, dopo aver scoperto, all’Università, leggendo Hemingway e Faulkner, che quello che voleva fare nella vita era scrivere, per vent’anni Kent Haruf ha letto e scritto senza mai essere pubblicato, mentre, con lavori anche umili, manteneva la famiglia.
La sua determinazione era tale che, giovane e sposato da poco, dopo essere stato rifiutato dalla Scuola di scrittura dello Iowa, la più importante dell’epoca, l’anno seguente non solo fece nuovamente domanda ma, prima di avere risposta, si trasferì con tutta la famiglia in Iowa, d’inverno senza soldi e senza lavoro. Si mise poi ad inviare alla scuola racconti su racconti tanto che, quando alla fine lo accettarono, come ammette lui stresso, fu probabilmente per compassione e sfinimento.
Solo a 56 anni, dopo aver pazientemente alimentato la fiammella del suo talento per più di 35 anni e aver raggiunto un discreto successo con la pubblicazione del Canto della pianura, il primo di una trilogia che NN Editore ha incominciato a stampare nel 2015 anche in Italia, poté dedicarsi esclusivamente alla scrittura.
Benedizione, sebbene l’ultimo della Trilogia della Pianura ad essere scritto, dopo Il Canto della pianura  e Crepuscolo, è stato il primo pubblicato da noi.
Ambientato come tutti i tre romanzi nella contea di Holt, luogo immaginario situato nell’America più profonda e meno conosciuta, dove la vita scorre apparentemente sempre uguale, intervallata dalle periodiche fiere di bestiame, dalle serate alcoliche al pub, il sabato sera, e dalle messe domenicali, la trama di Benedizione è costruita attorno agli ultimi mesi di vita di Dad, anziano padre di famiglia a cui viene diagnosticato un tumore in fase terminale.
Quasi una premonizione della malattia che di lì a pochi anni avrebbe ucciso anche l’autore, il romanzo racconta il lento e progressivo  distacco dalla vita di Dad e il faticoso tentativo della sua coscienza, tormentata dal riemergere di errori mai riparati, di entrare in una fase più contemplativa e raccolta.
Attorno a lui, intrecciati all’esistenza sua e della sua famiglia, le vite di alcuni abitanti di Holt, il reverendo Lyle, Willa e Alene, madre e figlia, che con piccoli gesti cercano di mantenere vive le proprie coscienze, toccare quelle degli altri e rompere il muro di conformismo in quella terra che è la pancia dell’America, dove lo Stato, la Chiesa, la Comunita’ sono i cardini di una moralità il più delle volte distorta.
Con uno stile sobrio, distaccato, che non indulge in analisi ma che ha la sua forza nella nuda e precisa descrizione degli avvenimenti, Haruf riesce portare il lettore nel fondo dei tormenti dei protagonisti e nello stesso modo lo accompagna in alcuni rari e magici  momenti di leggerezza e intimità tra donne.
Sebbene i critici considerino Benedizione come il libro più maturo, forse il meglio riuscito della trilogia, motivo per cui probabilmente NN editore ha deciso di pubblicarlo come primo, in realtà una volta entrati in quel mondo, quello chiuso, rurale e conformista della Contea di Holt si ha voglia di andare avanti libro, dopo libro, per conoscerne gli abitanti e le loro storie.
E’ un mondo lontano dall’idea di America presente negli autori americani tradotti e contemporanei di Haruf, come Philip Roth, Franzen, Vonnegunt, Safran Foer, Cameron, le cui ambientazioni sono di solito cittadine. E’ un mondo talmente lontano che sembra di entrare in un’altra epoca, in una bolla dove la vita è calma e lenta e le emozioni sono più pudiche, più  smorzato il modo di esprimerle ma non per questo meno intense e ricche.
Sara Merighi