MILLENOVECENTOTTANTANOVE

Il 9 novembre del 1989, la sera, mio papà chiama tutti a gran voce. Ogni suo figlio è rinchiuso nella sua camera, io ho 14 anni nuovi nuovi e i miei fratelli 20 e 24.

Ricordo le sue parole benissimo: “Oggi è un giorno che fa la Storia”; era entusiasta, direi commosso se fosse stato permesso ad un omone così grande esserlo.

Io capivo e non capivo, vedevo la gente oltrepassare il muro di Berlino, abbracciarsi e piangere.

Il mio primo anno di liceo e guarda, poteva esserci un miglior inizio? Tutto si stendeva davanti ai miei occhi nuovo, possibile, ancora tutto così plasmabile. E il mio nuovo prof di italiano che mi prende in giro a inizio scuola che mi dice hai solo 13 anni? Lui ne ha 27 anni e mi dice non scrivi male sai, devi solo smussarti un po’. Io scrivere? Sta parlando proprio con me?

E poi matematica, che in fondo mi pare di capire.

Addirittura il mio primo anno è anche il primo anno del preside Silva, si dice abbia qualcosa a che fare con un premio famoso, il premio Tenco. Tenco? Chi è Tenco?

E io che non avevo osato il classico perché alle medie, insomma, non è che fossi tra le più brave. Può fare di più.

Allora avevo deciso per il liceo che mi avrebbe potuto dare tempo. Solo quello desideravo, tempo per capire cosa volevo e anche un po’ chi ero.

Il primo dicembre del 1989 esco di casa con la sacca di educazione fisica che mi balla tra le mani. E’ una bella giornata di dicembre, fredda ma limpida.

La mattinata non prospetta novità, niente interrogazioni, solo spiegazioni ed esercizi.

All’ultima ora andiamo in palestra.

Mi piaceva molto l’ora di educazione fisica anche se non capivo perché non potessimo passarla con i nostri compagni maschi, che invece erano relegati oltre l’enorme tendone che divideva in due la palestra prefabbricata.

La scuola era nuovissima, il trasferimento degli alunni era avvenuto nel 1985, 4 anni prima. Tutti gli studenti delle superiori canturine ci invidiavano: avevamo tapparelle funzionanti, banchi nuovi e alti, sedie non rotte, lavagne perfette, una palestra super attrezzata.

Ricordo di quella mattina il riscaldamento di noi ragazze. Avevamo due insegnanti, non ricordo perché: una referente per la nostra classe e un’altra per le ragazze dell’altra classe.

Era la giornata del basket, ricordo che ne avessimo già parlato con la prof, solo che lei, inaspettatamente, cambia idea e ci dice di andare alla spalliera.

 

No, la spalliera no, cavoli dovevamo giocare. Ubbidienti, ci accostiamo, piedi a terra e mani sui primi pioli. Poi la prof dice no, facciamo cambio voi della E andate a fare due tiri a basket e le altre ragazze alla spalliera.

Felici noi schizziamo via il più velocemente possibile e prendiamo i palloni da basket. Ricordo di essermi fermata davanti al canestro, palla in mano, volevo vedere cosa facessero alla spalliera, che tanto dopo sarebbe toccato a noi. Le ragazze salgono sui primi pioli, è un semplice esercizio di flessione delle braccia, ma all’improvviso e nella mia testa, nel mio ricordo, vedo le ragazze in sincrono nella perfezione di quell’esercizio e lentamente vedo – chissà perché lentamente – la parete a cui sono agganciate le spalliere, staccarsi dal muro portante. Le vedo cadere aggrappate alla spalliera con la schiena rivolta al pavimento. Un boato enorme. Poi una nuvola di polvere e detriti. E il silenzio.

Sarà durato un secondo quel silenzio e quell’immobilità assoluta. Ma per me il tempo si è fermato, ha arrestato il suo moto la sfera terrestre, il sole non si è alzato nel cielo per quel quei pochi secondi di tempo. L’immagine ha aderito in ogni mia parte, in ogni capillare, sotto pelle e tra i capelli. Poi un urlo, poi un altro, io ho urlato? Non so, mi sentivo muta, mi ricordo muta. E là tra le macerie solo silenzio e immobilità.

Le palle da basket abbandonate e che rotolavano, questo ricordo. I ragazzi e il professore che si affacciano dalla tenda, anche ricordo. E voci imperiose che ci dicono via di qui via di qui. E anche andate a chiamare aiuto e io mi ricordo di essere partita a correre a chiedere aiuto e li sì piangevo, certo. E poi tutto si confonde, ricordo il preside Silva, i professori che anche loro correvano con facce impaurite verso la palestra che già sapevano e urlavano sono morte tutte, sono tutte morte e io dicevo no, no, non sono morte tutte, chissà a consolare già loro e me. Poi il rientro e voler andare a togliere i mattoni dai corpi delle nostre compagne, ma no via via, uscite di qui. E allora rinchiuse dentro lo spogliatoio queste quattordicenni salvate da un pensiero repentino della professoressa, tutte piangenti. E mi ricordo che si aggrappavano a me singhiozzando le mie compagne, chissà poi perché, forse perché più alta, forse perché ero corsa a chiamare, io non lo so, so che dicevo staranno bene.

Le sirene delle ambulanze avevano scansato le urla, ora c’era lì gente che sapeva cosa fare. Il rumore di un elicottero ci rendeva inquiete, sapevamo tutte che gli elicotteri arrivano in situazioni di estrema gravità.

Dopo io ho un vuoto, non ricordo come ho fatto ad arrivare a casa, probabilmente come spesso accadeva, mio fratello era venuto a prendermi.

Ricordo che al contrario del solito la mia casa era vuota. Solo l’acqua bolliva solitaria sul gas, schizzando fuori sul fornello pulito. Sento un auto arrivare, vado verso la porta d’ingresso, è mio papà che appena mi vede scoppia a piangere. E anch’io piango. Mi spinge dolcemente sul divano, mi dice sdraiati e io mi sdraio singhiozzando, vuole coprirmi ma non trova una coperta. Allora comincia a staccare i cuscini dello schienale del divano e a mettermeli sopra, quasi a volermi nascondere, quasi a dire ehi mondo Valentina non è qua, non me la prendete sapete?

Tra i singhiozzi racconta che non sa perché ma si ricordava che avevo ginnastica e come la voce ha cominciato a circolare a Cantù della palestra del Fermi crollata, lui è impazzito, mi dice, sono impazzito. Era andato al liceo e gli avevano detto che sì le classi erano due tra cui la mia ma non sapevano nulla. Allora era andato in ospedale ma anche lì nessuno lo aiutava, allora ha superato lo sbarramento e ha cominciato a setacciare il pronto soccorso. E piangendo diceva ho visto tutte quelle ragazzine ma tu non c’eri. E così era tornato a casa.

Cosa è avvenuto nei giorni successivi io non ricordo.

Era crollato un muro, delle ragazze della mia età erano gravi, tutte avevano rotto il bacino.

Potevamo essere noi, e invece erano loro.

La realtà ci aveva sopraffatto: può cadere un muro e liberarti, può cadere un muro e sotterrarti. La classe I E era stata risparmiata dallo strazio, avevamo solo un sottile senso di colpa che strisciava dentro di noi, avevamo perso in modo definitivo e irrecuperabile ogni rimasuglio di infanzia: in confronto alle nostre compagne dell’altra classe, ci era andata bene.

La scuola era il posto sicuro, e ora non lo era più. Nessun posto lo sarebbe mai più stato: alla fine dei gloriosi anni ottanta una parete di una palestra nuova, nella ricca Brianza, era crollata su nove ragazze di 14 anni, ferendone in modo estremamente grave due di loro.

Ora a distanza di 30 anni, quello che ci è successo giace ancora dentro di noi. Nei 5 anni successivi, chiedemmo ma con riserbo, ci informammo ma sempre lateralmente, perché eravamo le salvate.

Eravamo anche troppo piccole per affrontare da sole un passaggio così difficile, e nessuno aveva voglia di ritirare fuori quella storia, così triste.

Per anni e anni ho pensato a loro, alle nove ragazze. Ogni volta che vedo una spalliera, ogni volta che entro in palestra guardo i contorni e ricordo quel fotogramma silente inciso nei miei occhi, con la polvere che sale.

Sarebbe bello oggi, a distanza di trent’anni poter guardare quelle ragazze, averle vicine e dire loro che il nostro dolore non aveva parole allora, che ci dispiace la sorte abbia le abbia tragicamente scelte, e che il senso di colpa di essere illese è stato nostro compagno sottile e insidioso per anni. Solo loro ce lo possono togliere dalle spalle, solo vederle cresciute ci può rasserenare.

E chissà se anche per loro non possa essere una liberazione condividere la paura e il dolore, lasciarli andare, liberarli insieme una volta per sempre.

CORSERA 2590 (1)A.jpg

Annunci

“Ottanta rose mezz’ora” di CRISTIANO CAVINA

Sabato 23 febbraio ore 18,00.
Cristiano Cavina con il suo ultimo libro “Ottanta rose mezz’ora”
La serata sarà condotta da Valentina Pellizzoni. 
marcos y marcos

Ingresso libero

locandinaCAVINA OK.jpg

…Vi siete mai innamorati di Sammi?
Io sì.
E lei ama soltanto me.
Per tutti gli altri costa ottanta rose mezz’ora.Si incontrano per caso.
Due vite sospese per aria.
Lui scrive, e tra libri e seminari ricava più o meno di che vivere; Sammi è una ballerina che insegna danza alle bambine.
Si mandano messaggi, si cercano. Il desiderio sale dritto dalla pancia, li trascina nei vicoli bui, contro saracinesche arrugginite. Li fa vibrare come una corda sola. Lui con le sue zone oscure, la sua attrazione per i territori estremi. Sammi con il suo broncio, il passo che piega la superficie del mondo. Sammi che attira disastri, e si trova sommersa dai debiti.
C’è una strada che sembra molto facile.
Basta un annuncio.
Aprire la porta a sconosciuti. Può assentarsi dal corpo e vendersi così, senza emozioni?

Corsi inverno: gennaio/marzo 2019

Alla fine, mettiamo una parte dei nostri corsi dell’inizio.
Sono una parte, che altri ci saranno in primavera.

Se volete informazioni in più,
chiamateci al 031 70071
oppure: associazionespaziolibri@gmail.com

In finale, che sta per iniziare, insieme a
Claudio Milani
Pia Mazza
Barbara Girardi Una Scodella Di Granoturco
Elisa Vettori
Sonia Basilico
Francesca Galimberti
Marigami
Matteo Gilberti
Izumi Fujiwara
Paolo Cabrini
Valentina Pellizzoni

Nessun testo alternativo automatico disponibile.

Grandi letture per piccoli lettori

Sabato 22 settembre alle ore 16,30 GRANDI LETTURE PER PICCOLI LETTORI con Valentina Pellizzoni – Letture e merenda per bambini e bambine dai 2 ai 4 anni.

Per bambini – Ingresso libero

locandina vàlentina OK.jpg

Incontro con Lorenzo Cremonesi

1CREMONESI.jpg

Venerdì 27 aprile dalle ore 20,30 incontreremo Lorenzo Cremonesi, inviato del Corriere della sera e autore del libro “Da Caporetto a Baghdad.”

Cremonesi, ha vissuto per lunghi anni a Rho dove ha frequentato il locale Liceo scientifico “Majorana”, laureato in Filosofia alla Statale di Milano, da decenni segue le vicende mediorientali. Dal 1984 al 2000, ha scritto da Gerusalemme per il “Corriere della Sera”, prima come collaboratore e in seguito come corrispondente. Da inviato poi, ha seguito altre aree di crisi mediorientali, tra cui lo scenario afghano e iracheno (è stato in Iraq per quasi tre anni).
Il nuovo libro del giornalista racchiude le cronache, i pensieri, i confronti tra gli eventi bellici avvenuti nel 1914-18 e le situazioni, le problematiche incontrate da un inviato nelle guerre contemporanee. Ci sono le visite ai vecchi campi di battaglia in Francia, Belgio, Germania, sulle Alpi, ma anche i continui rimandi ai conflitti tra Israele e il mondo arabo, assieme agli scenari siriano, iracheno, afghano, libico degli ultimi anni e soprattutto agli episodi salienti delle recenti sfide lanciate dal “Califfato”. Si mette in luce quanto rilevanti siano tutt’ora in Medio Oriente i confini disegnati dalle potenze coloniali dopo la Prima guerra mondiale e l’importanza odierna dei gruppi, ideologie e movimenti che vorrebbero abbatterli per sempre.
Un’interessante proposta di riflessione sulla guerra, le sue dinamiche, le sue conseguenze, per un pubblico europeo che in generale la vorrebbe rifuggire, ma ne è inevitabilmente circondato, se non coinvolto direttamente.

L’incontro sarà condotto da Valentina Pellizzoni eMaria Grazia Filpa.

SENZA FRENI!!!

Sabato 24 marzo
alle ore 16,30
saremo
SENZA FRENI!
Letture e merenda
dai 3 agli 8 anni
ingresso libero!

Festeggiamo la primavera leggendo
i libri più nuovi e gustosi
usciti per la Fiera del Libro per Ragazzi di Bologna,
ma anche vecchi immancabili capolavori.

Se volete leggerci voi il vostro libro preferito, abbiate coraggio!
Lasciate andare i freniiiiiiii…….

29388723_1879967942035869_2308542026792042496_n.jpg

Incontri Corsi MARZO!

Incontri Corsi MARZO!
Associazione Spazio Libri La Cornice
Segnateveli, condivideteli!!

Con Pia MazzaGioia Marchegiani, Mario Caniglia e il Coordinamento Comasco PacePaolo Nori, Maurizio Migliori, Elena Governo, Edgardo Franzosini, Dome BulfaroValentina Pellizzoni

MARZO-2018 (1).jpg

PROGETTO MUNARI MELOTTI allo Spazio Libri La Cornice

PROGETTO MUNARI MELOTTI

“Noi crediamo che all’arte si arrivi attraverso l’arte, frutto d’intuito personale: perciò tutto il nostro sforzo consiste nell’insegnare il piccolo eroismo di pensare con il proprio cervello.”
Fausto Melotti

Fausto-Melotti-1000x580

Munari-Bruno003

Ispirati dall’originale progetto di Spazio b**k e Topipittori “Pippo non lo sa”, siamo fieri di raccontarvi il nostro nuovo progetto finalizzato all’ampliamento delle biblioteche scolastiche.

Aperto a studenti, artisti, pensionati, lavoratori di tutti i tipi e di tutti i generi, e alle loro equivalenti studentesse, artiste, pensionate e lavoratrici che vogliano cimentarsi in un lavoro artistico ispirato ai due canturini d’elezione: Bruno Munari e Fausto Melotti.

I lavori verranno esposti in forma anonima il giorno 17 marzo presso il nostro laboratorio e verranno venduti a 5€ l’uno. Il ricavato verrà distribuito alle scuole aderenti come buono spesa di libri.

I dettagli nell’allegato, oppure:
031 700571
spaziolibrilacornice@gmail.com

Nessun testo alternativo automatico disponibile.

Festeggiare il compleanno all’ass. Spazio Libri La Cornice

LOCANDINA-COMPLEANNI.jpg

Festeggiare il compleanno è un momento importante.
E chissà come mai ma i compleanni bambini ce li ricordiamo sempre, un po’ tutti.
Rispetto a un tempo, le case si sono rimpicciolite, i cortili svuotati e le mamme lavorano.
Noi abbiamo pensato che lo spazio lo abbiamo.
E abbiamo anche amici che lavorano ispirati dalla nostra stessa idea di bambino e bambina.
Abbiamo unito le due cose e abbiamo pensato di offrire la possibilità di fare feste di compleanno.
Sono nel nostro stile dunque:
creative e manuali, o ispirate al circo, con letture e laboratori, o con racconti teatrali.
Potete scegliere o possiamo inventare.

Con
Matteo Gilberti
Marta Rusconi
Lisa Broggi
Giorgia Graziano
Valentina Pellizzoni

Quella cornice lì, bianca, che gli animali tengono in mano, riempitela di tutti i vostri anni!

Per informazioni e costi:
031 700571
spaziolibrilacornice@gmail.com

Illustrazione di Sonia Cattaneo

Il preferito [di Valentina Pellizzoni]

Il preferito

[di Valentina Pellizzoni]

Libri per l’infanzia sulla gelosia tra fratelli ce ne sono moltissimi. Alcuni molto belli, altri semplicemente molto didattici. In genere l’approccio che gli autori hanno nella gestione del tema è basato sul legame implicito tra fratelli, come se l’avere dei fratelli o delle sorelle fosse già di per sé una condanna alla gelosia. Raramente in questi albi si riflette sulla figura genitoriale, tutt’al più mamma e papà devono intervenire per gestire al meglio la furibonda scenata.

Riflettendo su di me invece, spesso mi percepisco come parte molto attiva di questa dinamica: non una mera dipanatrice di sentimenti contrastanti, ma motore attivo di questo sentire. È ormai da qualche anno che si discute sulla possibilità che un genitore abbia un figlio preferito,possiamo dire quindi che in parte questo tema non sia più un tabù e che, come si evince dagli studi, basta un po’ di sana consapevolezza da parte del genitore per creare un ambiente più equilibrato in famiglia. Un po’ meno attenzioni per il pargolo preferito e un po’ di più per l’altro ed ecco che tutto si sistema.

Di sicuro in questa visione delle cose cambia la posizioni dei genitori nel gioco delle gelosie. All’improvviso ci rendiamo conto che probabilmente i bambini vedono bene, non sono dei piccoli egocentrici irrazionali che pensano possa essere minata la loro posizione nel mondo familiare, forse semplicemente ci stanno indicando uno sbilanciamento. Io sento di avere senza dubbio delle preferenze. Capisco che a volte quando guardo mio figlio, il mio sguardo muta spessore, i miei sensi si aprono, la mia attenzione è vibrante. Sì, ma quale figlio?

Nel gioco delle statistiche a me sono capitati tre figli maschi. Naturalmente non sono contemplata tra le madri che preferiscono figlie femmine in quanto alter ego dove far ricadere aspettative e proiezioni. Ma nemmeno tra quelle che preferiscono il maschio come contralto a sé, avrei l’imbarazzo della scelta. Non ho nemmeno una dualità che mi salva: non ho un figlio intellettuale e uno sportivo, né il timido e l’estroverso. Ho il tre dalla mia parte, numero divino che spariglia sempre mescolando tutte le componenti in gioco. Sono libera di preferire.

Dando per assodato che i genitori hanno delle preferenze rispetto ai propri figli, farei un passo in più asserendo che le preferenze mutano. Cambiano pelle, cambiano sostanza, cambiano oggetto, cambiano nel tempo. In certi periodi della mia vita con loro ho preferito il più piccolo perché il nostro rapporto stava ancora tutto nel contatto, ed era ciò che in quel momento sapevo di dare al meglio e dal quale ricevevo di più. Poi c’è stato il periodo in cui è stato il mio figlio più grande il mio preferito: tra noi accadevano dinamiche nuove che mi rendevano euforica, con le quali non avevo mai avuto a che fare e che mi stimolavano intellettualmente.

Se non che il mio figlio di mezzo se n’è uscito con quella frase, quella frase su di me, quell’istanza di cura che mi ha donato, come quando ti coglie all’improvviso un’intensa felicità. Ho guardato meravigliata la sua attenzione e mi ha rapita.

Sono la loro madre, sì. Ma come loro, sono una persona regolata da movimenti interiori, che aprono piccole brecce e dove ognuno di loro, in modi e tempi differenti, mette un pezzetto. Questi loro gesti attirano la mia attenzione in un modo particolare e mi viene naturale concedere a questi momenti il privilegio della relazione unica: li innalzo, li idealizzo, rendo speciale in quel momento esatto, la mia relazione con lui, proprio con quel mio figlio lì.

So che in quegli attimi – che possono durare settimane – il mio sguardo su di lui è molto diverso da quello che poso sugli altri due. In quei momenti non percepisco sensi di colpa, so che durà un po’, cerco di gestire al meglio la mia relazione con gli altri, ma la mia preferenza rimane lì. Se io eccedo, la gelosia dilaga. Giustamente. Ha lo stesso sapore dell’innamoramento questo gioco. È un momento magico in una relazione, è una pausa dedicata in una vita di corsa.

Mi sono anche chiesta cosa possa accadere a un figlio unico. È una realtà che non conosco e quindi mi spingo solo ipotizzare che non sia molto differente la mia posizione da quella di un genitore con un unico figlio. Ci saranno momenti di intensa sintonia, seguiti da periodi più ordinari. Penso che anche a una madre con solo un figlio accadranno dei piccoli innamoramenti nei suoi confronti. E questo figlio certamente percepirà l’avvicinamento come la distanza. L’unica differenza è che non avrà un capro espiatorio immediato a cui fare riferimento e forse potrebbe essere più difficile da disvelare questo sentimento sottile.

Noi adulti siamo dentro nel gioco delle gelosie tra fratelli, più di quanto possa sembrare in apparenza. La famiglia è una piccola società dove ogni movimento si ripercuote sull’altro e noi genitori più spesso di quanto crediamo, attiviamo reazioni nei nostri figli.

La gelosia tra fratelli a volte rimanda delle immagini di noi che non riusciamo ad accettare. Riuscire a percepire ed essere coscienti di avere preferenze può aprire molte strade. Una di queste è riconoscere una leggittimità alla scena di gelosia, per esempio. Dare un contenitore a quel sentire così forte è un passaggio da non sottovalutare. Se quel sentimento ha una ragion d’essere nella realtà, se non c’è negazione aprioristica, allora sarà più semplice verbalizzarlo, scioglierlo, metterlo sul tavolo della parola.

La gelosia familiare è palestra delle gelosie esterne che investiranno i nostri figli, dicono gli esperti. Capire che le relazioni mutano e si coltivano e hanno un andamento non lineare e incidono sulle vite di altri e a tratti sono imprevedibili, forse può far diventare la famiglia una palestra anche per l’innamoramento.

Le immagini di questo post, scelte e realizzate da Valentina Pellizzoni e Tommaso Falzone, si riferiscono ad alcuni albi illustrati che trattano il tema della gelosia fra fratelli. Spesso sono felice, di Jens Christian Grøndahl, racconta anche di gelosie fra fratelli mai superate e ancora vive in età adulta.

http://www.topipittori.it